14 Giugno 2021
Il meteo a Roma

Attesa oggi l’ultima sentenza del caso Marco Vannini

La suprema Corte di Cassazione valuterà se è equa o meno la condanna a 14 anni per Antonio Ciontoli, e a 9 anni e 4 mesi per la moglie Maria e i figli Federico e Martina

A meno di due settimane dal sesto anniversario della morte di Marco Vannini si metterà oggi la parola fine sulla vicenda giudiziaria che ne è seguita. La suprema Corte di Cassazione – per la seconda volta chiamata a esprimersi sulle sentenze dei gradi precedenti – valuterà se è equa o meno la condanna a 14 anni per omicidio volontario con dolo eventuale per Antonio Ciontoli, e a 9 anni e 4 mesi per la moglie Maria e per i figli Federico e Martina, condannati per concorso anomalo in omicidio volontario.

Già a febbraio 2020, i giudici del “Palazzaccio” avevano “detto no” alla prima sentenza di Corte d’appello che aveva derubricato l’omicidio volontario riconosciuto in primo grado a omicidio colposo con una pena a 5 anni per Antonio Ciontoli. In quell’occasione la “Suprema” ha quindi rimandato il caso in corte d’appello per un secondo processo dinnanzi ad una corte d’assise diversa, quella che il 30 settembre scorso ha sentenziato la pena più pesante ristabilendo l’omicidio volontario.

Era il 17 maggio 2015 quando Marco, 20 anni di Cerveteri, fidanzato di Martina Ciontoli, è stato ferito da un colpo di pistola che, secondo quanto ricostruito, è stato esploso accidentalmente da Antonio Ciontoli mentre il ragazzo era nella vasca da bagno. Ad uccidere il 20enne, secondo il giudizio della seconda corte d’appello di Roma, non è stato tanto il colpo accidentalmente esploso, quanto il ritardo, i circa 110 minuti, quasi due ore di attesa, prima di chiamare i soccorritori. I giudici si sono convinti che il tempo perso nella vana attesa di un “miglioramento delle condizioni” di Marco siano serviti ai Ciontoli per depistare le indagini. Più di tutti ne sono convinti i genitori di Marco, Marina e Valerio che ad “Agenzia Nova” avevano già detto in precedenza che se i Ciontoli avessero chiamato subito i soccorsi, Marco sarebbe ancora vivo. “Periti e consulenti medici hanno spiegato benissimo che il colpo che aveva subito Marco era grave ma non necessariamente letale e che con una suturazione avrebbe avuto alte possibilità di sopravvivenza. Se avessero chiamato i soccorritori, spiegando subito cosa era accaduto, Marco sarebbe ancora vivo. Sarebbe bastato che mi avessero chiamato, sarei arrivato in 5 minuti e lo avrei portato io in ospedale”.

A sperare in uno sconto di pena è Federico Ciontoli, il figlio di Antonio, che quella sera, nonostante il parere contrario del padre, avrebbe chiamato l’ambulanza in una telefonata confusa, senza dire del colpo di pistola, finendo per non essere creduto. Lui ha riferito nei vari processi, di non sapere che Marco era stato ferito dal colpo di pistola e di averlo appreso solamente nella caserma di Ladispoli. “Falso – ha sempre sostenuto Valerio Vannini – noi non sappiamo cosa sia successo prima del nostro arrivo in ospedale, ma da quel momento in poi sappiamo tutto. Appena arrivato fu lui a dirmi che Marco era stato ferito da un colpo di pistola al braccio”. Un aspetto sostanziale dato che, se Federico avesse raccontato alla centrale del 118 che c’era un ferito di arma da fuoco, i soccorsi sarebbero arrivati in pochi minuti. In padre Antonio si è detto profondamente pentito e che avrebbe meritato l’ergastolo. “Strano – commentava Valerio Vannini- mentre lui chiedeva l’ergastolo, i suoi avvocati chiedevano la riduzione della pena”. L’udienza in Cassazione è prevista per questa mattina alle 10 e, data l’emergenza Covid, è a porte chiuse. La sentenza è prevista in serata.

 

 

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