Covid: la ressa negli spalti degli stadi è un rischio, parla l’infettivologo Cauda

Il medico del Gemelli sollecita più controllo e raccomanda di evitare gli assembramenti in curva. Se non si vuole una ricrescita dei contagi occorre mantenere il distanziamento anche all’aperto e rendere obbligatoria la mascherina come nei supermercati

I tifosi a Roma

“L’apertura degli stadi al pubblico per il campionato di calcio? Non è sicura al 100%, specie ora che sta circolando la variante Delta, ma è un rischio calcolato, soprattutto dalle autorità sanitarie che lo hanno valutato. Tra 15 giorni assisteremo a un aumento dei contagi? Forse si, ma non è un fattore calcolabile”.

Roberto Cauda, direttore dell’Unità operativa di malattie infettive del Policlinico Gemelli, intervistato da ‘Il Corriere della Sera’, non è contrario a che i tifosi tornino a guardare dal vivo gol, parate e giocate dei fantasisti della loro squadra del cuore, ma a condizioni ben chiare.

“Devono esserci i controlli prima di tutto, non devono approfittarne i furbetti che usano i lasciapassare di altri e non bisogna dimenticarsi della regola del distanziamento”. Sabato sugli spalti dell’Olimpico, per Roma-Fiorentina, si sono viste poche mascherine e poco distanziamento. “Non è proprio l’ideale, però i tifosi erano all’aria aperta e questo, anche se non è una garanzia assoluta, abbassa il rischio, ma certo non lo azzera. È fondamentale pensare a una distribuzione omogenea negli stadi e a una capienza minore: elementi che di per sé possono garantire il distanziamento. E poi è vero che la mascherina non è obbligatoria, ma non è neanche vietata e se si sta troppo vicini va benissimo metterla”.

Secondo lei ci sarà una sorta di “effetto Europei” come nel Regno Unito un conseguente aumento dei contagi? “Se cosi sarà non si vedrà nell’immediato. E comunque a oggi non è prevedibile. Rispetto agli Europei di calcio però, su cui ha fortemente inciso la circolazione della variante Delta, oggi ci sono molte meno persone con una copertura vaccinale inesistente o parziale e molte di più con ciclo completato”.

Per entrare allo stadio in effetti occorre essere in possesso del green pass. “Un presupposto che riduce il rischio. E che si sta dimostrando uno strumento valido, anche se non perfetto. Io per esempio nutro qualche perplessità sui tamponi, che non sono attendibili al 100%, e ho meno dubbi sul “passaporto” dei guariti e dei vaccinati. Che è vero che possono infettarsi lo stesso, ma statisticamente è più difficile, e in questi soggetti comunque la malattia si manifesta in modo meno grave. Ma soprattutto ritengo il green pass un passo fondamentale per riappropriarsi della vita e della socialità. La gente si vaccina anche per questo: per tornare alla normalità”.

Come fare per ricordare che i rischi non spariscono e che il virus circola ancora? “Proprio come nei supermercati, c’è una voce registrata che ricorda di non creare assembramenti tra gli scaffali e che è obbligatorio l’uso della mascherina mentre si fa la spesa, cosi qualche beniamino delle squadre in campo, durante l’intervallo, potrebbe ricordare di mantenere le distanze mentre si guarda la partita”.

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