Le mani della ‘Ndrangheta su Roma, maxi operazione della Dia: 26 arresti e 100mln sequestrati

Reti di bar e negozi. Figlia boss accusata di sequestro persona

Patti mafiosi per garantire accordi imprenditoriali con l’obiettivo di “infiltrare l’economia di Roma” dietro la regia di Vincenzo Alvaro, la mente commerciale che comandava la Locale di ‘ndrangheta attiva da anni nella Capitale. Oggi secondo atto della maxindagine della Dda, dopo i primi arresti di maggio, sul gruppo criminale che ha “esportato” il sistema affaristico-mafioso tra le strade di Roma mettendo le mani su attività commerciali e altri business. In totale sono 26 le misure cautelari emesse dal gip di Roma in una operazione della Dia. Il clan aveva ottenuto dalla “casa madre” in Calabria il via libera ad operare con i metodi tipici delle cosche. A capo della struttura oltre Alvaro anche Antonio Carzio. I due boss sono legati alle famiglie di Cosoleto, centro in provincia di Reggio Calabria.

L’operazione ha portato, inoltre, a sequestro di 25 società per un ammontare di circa 100 milioni di euro. Nei confronti degli indagati i pm contestano, tra gli altri reati, l’associazione mafiosa, sequestro di persona e fittizia intestazione di beni. Ed è proprio sui prestanome che il sodalizio ‘ndranghetista ha creato il suo impero che puntava alla gestione nei settori della panificazione, mercato ittico, pasticcerie e ritiro pelli. Le mani del clan erano finite anche sul business della ristorazione e dei bar. In una intercettazione citata nell’ordinanza del gip, il boss Alvaro detta le regole nella gestione delle società. “Bisogna trovare un polacco, un rumeno, uno zingaro a cui regalare 500/1000 euro a cui intestare sia le quote sociali e le cose e le mura della società”, spiega per poi aggiungere: “tutte queste cose che dicono e ti attaccano sono tutte minchiate…io ho fatto un fallimento di un miliardo e mezzo e ho la bancarotta fraudolenta…mi hanno dato tipo l’art. 7 e poi mi hanno arrestato…mi hanno condannato…e ancora devo fare l’appello…vedi tu…è andato in prescrizione…le prescrizioni vanno al doppio delle cose…”.

Sostanzialmente il gruppo non operava in una singola area di Roma ma è riuscita ad infiltrarsi in vari settori come quello della ristorazione. Bar, supermercati, mercati all’ingrosso, ristoranti ma anche ritiro pelli e gestione degli olii usati: la ‘locale’ era ovunque e poteva contare anche sull’omertà delle vittime. Per riscuotere i crediti la cosca aveva “appaltato” a gruppi locali, come la famiglia Fasciani, l’attività: esattori per conto terzi. Tra le persone arrestate anche la figlia di Alvaro, Carmela. Nei confronti di quest’ultima è contestato anche un episodio di sequestro di persona e di minacce. La donna è accusata di avere tenuto chiuso un uomo “per circa quindici minuti all’interno di un negozio di via Eurialo, in zona Tuscolano, abbassando la saracinesca”. In una altra circostanza ha aggredito una persona che era stata nominata dall’amministratore giudiziario affermando: “non devi toccare i miei soldi, sei un infame, servo dello Stato…” e ancora “e allo Stato infame non lascio niente, brucio tutto”.  (di Marco Maffettone/Ansa)

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