Mafie e prodotti petroliferi, arrestata a Roma Anna Bettozzi

Da clan Moccia liquidità per aumentare volume affar

C’e’ anche Anna Bettozzi, la vedova ereditiera dell’impero del noto petroliere romano Sergio Di Cesare, tra i nomi degli arrestati dalla Dda di Roma che ha spiccato 23 misure cautelari personali nei confronti di 23 persone (10 in carcere e 13 agli arresti domiciliari) e portato al sequestri per oltre 200 milioni di euro.

L’indagine rappresenta il filone romano dell’inchiesta che ha portato nelle scorse ore a provvedimenti cautelari a carico di oltre 70 persone ritenute responsabili di associazione di tipo mafioso, riciclaggio e frode fiscale di prodotti petroliferi e sequestri di immobili, societa’ e denaro contante per un valore di circa 1 miliardo di euro. I reati ipotizzati sono: associazione per delinquere costituita per la commissione di plurimi reati tributari, illecita commercializzazione di prodotti petroliferi, riciclaggio nonche’ autoriciclaggio, anche al fine di agevolare le attivita’ di associazioni di tipo mafioso.

In pratica – secondo quanto ricostruito – la Bettozzi, trovandosi a gestire una societa’ in grave crisi finanziaria, grazie alla conoscenza di Coppola era riuscita a ottenere forti iniezioni di liquidita’ da parte di vari clan di camorra, tra cui quelli dei Moccia e dei casalesi, che le avevano consentito di risollevare le sorti dell’impresa, aumentando in modo esponenziale il volume d’affari, passato da 9 milioni di euro a 370 milioni di euro in tre anni, come ricostruito dal III Gruppo Tutela Entrate della GDF di Roma su delega della DDA capitolina, anche grazie alla trasmissione da parte della Procura di Napoli delle proprie risultanze investigative, in totale osmosi informativa.

Risulta che la Bettozzi avrebbe sfruttato non solo il riciclaggio di denaro della camorra, ma anche i classici sistemi di frode nel settore degli oli minerali, attraverso la costituzione di 20 societa’ “cartiere” per effettuare compravendite puramente cartolari in modo tale eludere con la Made Petrol le pretese erariali, potendo cosi’ rifornire i network delle c.d. “pompe bianche” a prezzi ancor piu’ concorrenziali. Il successo imprenditoriale consentiva inoltre agli indagati di mantenere un elevato tenore di vita, fatto di sontuose abitazioni, gioielli, orologi di pregio e auto di lusso.

Nel mese di maggio 2019, ad esempio, la Bettozzi fu fermata a bordo di una Rolls Royce alla frontiera di Ventimiglia (IM), mentre si recava a Cannes per partecipare all’omonimo festival del cinema, e trovata in possesso di circa 300mila euro in contanti. I successivi accertamenti presso il lussuoso albergo a Milano dove soggiornava, consentirono di rinvenire altri 1,4 milioni di euro, sempre in contanti, poi sottoposti a sequestro.

Nel frattempo, i Moccia ponevano la base logistica per lo svolgimento delle attivita’ fraudolente negli uffici napoletani di Coppola da dove venivano coordinate le commesse di materiale petrolifero e organizzato il vorticoso giro di fatturazioni per operazioni inesistenti e i movimenti finanziari (esclusivamente on-line). Per il gruppo criminale, infatti, una volta disposti i bonifici relativi al formale pagamento del prodotto energetico sorgeva la necessita’ di monetizzare in contanti le somme corrispondenti all’iva non versata all’erario dalle societa’ cartiere.

Per la raccolta delle ingenti somme liquide derivanti dalla frode, il clan Moccia si avvaleva di una vera e propria organizzazione parallela, autonoma e strutturata, atta al riciclaggio di elevate risorse finanziarie, gestita da “colletti bianchi”, attiva sia sul territorio partenopeo che su quello romano. In pratica, le societa’ “cartiere” gestite dal gruppo Coppola, una volta introitate le somme a seguito delle forniture di prodotto petrolifero, effettuavano con regolarita’ ingenti bonifici a societa’ terze, simulando pagamenti di forniture mai avvenute. Quest’ultimo, mediante la propria organizzazione territoriale, provvedeva ai prelevamenti in contanti e alle restituzioni tramite “spalloni”. Nello svolgere tale attivita’, questo gruppo tratteneva per se’ una percentuale su quanto incassato.

Si trattava in buona sostanza di soldi provenienti dalle attivita’ illecite dei clan reinvestiti in un settore economico legale, quello dei petroli, per produrre altri proventi illeciti attraverso le frodi fiscali: un effetto moltiplicatore dell’Illecito che finisce per annichilire la concorrenza, sia per i prezzi alla pompa troppo bassi per gli operatori onesti, sia perche’ questi ultimi indietreggiano quando capiscono che hanno di fronte imprenditori mafiosi.

Per il territorio di Roma, quella struttura professionale si avvaleva di altri soggetti che gestivano piccoli gruppi di persone, le cui mansioni erano quelle di effettuare continui prelievi di contanti (in misura frazionata) su conti correnti postali intestati a societa’ cartiere e/o a soggetti prestanome. Tali risorse finanziarie in contanti, una volta raccolte, venivano concentrate nell’area napoletana, e fatte pervenire, tramite “spalloni”, agli stessi riciclatori romani, che successivamente provvedevano alla consegna ai “clienti”, tra i quali come detto figurava proprio il gruppo societario facente capo ad Alberto Coppola e Antonio Moccia, a perfetta chiusura del riciclo di denaro sporco. Riassumendo, quindi, Antonio Moccia, Alberto Coppola e Anna Bettozzi risultano gravemente indiziati di aver stretto un accordo societario di fatto per la commissione di illeciti di cui hanno beneficiato praticamente tutti i soggetti coinvolti; il rapporto con Coppola Alberto e’ stato fondamentale per la Bettozzi in quanto l’uomo e’ subentrato nell’azienda in un momento di evidenti difficolta’ economiche e gestionali dovute anche ai problemi di salute del marito Sergio Di Cesare.

La Bettozzi, infatti, e’ risultata donna scaltra e molto ben inserita negli ambienti del potere imprenditoriale (e non solo) capitolino, e tuttavia non all’altezza di sostituire da sola il coniuge, petroliere di collaudata esperienza: il patto con Coppola e Moccia, dunque, ha apportato agli affari comuni la competenza “specialistica” del Coppola e soprattutto le provviste finanziare e il sostegno del potere mafioso del Moccia, le une e l’altro non soltanto ben accetti ma anche ricercati dal mondo affaristico romano. Come emerso dalle indagini napoletane, la rilevanza dell’incipiente business dei Moccia nel settore degli oli minerali, nel quale quel clan era diventato egemone proprio grazie ai prezzi super-competitivi ottenuti grazie alle frodi, provoca reazioni anche violente da parte di altri clan della camorra.

Alberto Coppola subisce due attentati con esplosione di colpi di pistola, a seguito dei quali non esita a chiedere aiuto al suo referente e parente Antonio Moccia che si attiva. Ne consegue una pax mafiosa, imposta dai Moccia e suggellata con la cessione di una quota dell’impianto di carburanti al clan Mazzarella.

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