Mamme anonime, la battaglia delle ostetriche

L’anagrafe fa pressioni perché le infermiere rivelino le generalità dei genitori che decidano di non tenere il bambino. E la giurisprudenza non chiarisce quale sia l’atteggiamento corretto da tenere

Margherita De Bac per Il Corriere della Sera Roma

 

«Nato a…, il…, da donna che ha dichiarato di non voler essere nominata». Nel 2000 una legge, pensata per evitare che i bimbi indesiderati finissero nei cassonetti, ha introdotto la norma sull’anonimato della madre. Ora il principio della segretezza assoluta viene messo a rischio da un diverso atteggiamento dell’anagrafe. Da qualche mese il Comune di Roma accetta con molte difficoltà le dichiarazioni di nascita dei figli di «nn» presentate allo sportello dall’assistente al parto. I funzionari hanno più volte preteso senza successo l’indicazione delle generalità materne, ricevendo un deciso rifiuto degli operatori ospedalieri a riempire quella parte del certificato che permetterebbe di risalire alle origini qualora ci fosse un richiedente.

 

Non c’è stato verso di convincere le operatrici che si sono recate all’anagrafe di rompere il patto anche morale con la puerpera, malgrado le rassicurazioni da parte del funzionario comunale che l’identità sarebbe rimasta secretata. San Camillo, Fatebenefratelli-Isola Tiberina e San Pietro, tre dei maggiori punti nascita della Capitale, una media di una decina di bimbi lasciati in culla dalla mamma ogni anno, hanno deciso di segnalare l’anomalia.

 

È scoppiato un contenzioso, tuttora irrisolto. «Il rischio è che venga incrinato il diritto sacrosanto di donne eroiche», afferma l’avvocato Mario Croce incaricato dal Collegio provinciale delle ostetriche di Roma, di concerto con la Federazione nazionale, di invitare le autorità competenti (ministero della Salute, presidenza del Consiglio, Parlamento, Regioni) a intervenire ciascuna per la propria competenza. Soprattutto in questa fase storica di riflessione, anche legislativa, sul diritto dei figli abbandonati e affidati in adozione a conoscere le origini una volta raggiunta la maggiore età.

 

«Situazione incresciosa, contraria oltretutto al nostro codice deontologico – si ribella Iolanda Rinaldi, presidente del Collegio delle ostetriche di Roma -. Noi temiamo che si torni all’uso dei cassonetti». Tutto nasce da una questione interpretativa di leggi, circolari e sentenza, spiegano in una nota inviata anche al Tribunale dei Minori (rimasta senza risposta), la responsabile dell’ufficio denunce nascite e l’ufficiale di stato civile dell’anagrafe centrale di Roma: «È erroneo e privo di fondamento giuridico il comportamento di alcune ostetriche che omettono i dati anagrafici dei genitori del bambino».

 

Alla base del nuovo orientamento c’è anche una sentenza della Corte Costituzionale che nel 2013 ha dichiarato illegittima la legge dell’83 sulle adozioni «laddove non prevede la possibilità del giudice di interpellare su richiesta del figlio la madre che abbia dichiarato la volontà di non essere nominata ai fini dell’eventuale ritiro della dichiarazione». Oggi le uniche tracce delle origini di un bimbo ennenne sono racchiuse in una busta sigillata, conservata dietro assenso della donna nella cassaforte della direzione sanitaria ed eliminata dopo 10 giorni, tempo previsto per un ripensamento.

 

Resta invece in archivio per 100 anni la cartella clinica con le informazioni «a garanzia della salute del bambino». Iolanda ricorda le sue toccanti esperienze dirette: «Poche per fortuna. Mi colpì una giovane universitaria, di origini calabresi. Mi rispose duramente quando la invitai a tornare sulla sua decisione. Durante il travaglio mi spiegò perché lo faceva. In famiglia non avrebbero mai accettato, sarebbe stata una tragedia, suo padre l’avrebbe cacciata via per sempre. Mi disse soltanto di chiamare la bimba Serena, come auguri per il futuro della piccola. Partorì alle 3 di notte e all’alba non c’era più».

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