Omicidio Mastropietro: a 5 anni dalla morte di Pamela prende il via il processo bis

Nel febbraio scorso, quando sembrava orami certa la condanna all’ergastolo per Innocent Oseghale, la corte di Cassazione di Roma ha confermato il quadro accusatorio di omicidio volontario, ma non quello della violenza sessuale

A cinque anni dall’omicidio di Pamela Mastropietro, la 19enne romana uccisa a pochi chilometri da Macetta, si apre domani  il processo bis nella Corte d’assise d’appello di Perugia.

La vicenda risale al 30 gennaio 2018, quando l’allora 19enne originaria di Roma romana è stata uccisa, fatta e pezzi e nascosta in due valigie, in via dell’Industria, a pochi chilometri da Macerata. Nel febbraio scorso, quando sembrava orami certa la condanna all’ergastolo per Innocent Oseghale, la corte di Cassazione di Roma ha confermato il quadro accusatorio di omicidio volontario, ma non quello della violenza sessuale. Mettendo così in discussione la condanna del carcere a vita. È su questo punto che la Corte d’assise d’appello di Perugia (indicata dalla Cassazione) dovrà dare risposta nel corso di un processo bis.

Nell’ottobre del 2017 Pamela lascia Roma per trasferirsi in una comunità terapeutica di Macerata e risolvere i suoi problemi di dipendenza da droga e alcol. Circa un anno dopo, il 29 gennaio 2018, si allontana dalla comunità con l’intenzione di tornare a Roma dove però, purtroppo, non arriverà mai. Lasciata la comunità, secondo la ricostruzione degli inquirenti, nei giardini Diaz a Macerata, Pamela si imbatte nello spacciatore Oseghale. Da quel momento se ne perdono le tracce, fino a quando il suo corpo viene ritrovato, terribilmente mutilato, in via dell’Industria.

Secondo quanto ricostruito nel corso delle indagini, a ucciderla sarebbe stato proprio il 33enne dopo averla drogata e violentata. Per disfarsi del corpo, l’uomo l’ha smembrata e gettata via nei due trolley. Per questa ragione la corte d’assise di Macerata lo ha condannato alla pena dell’ergastolo. Pena confermata anche dalla Corte d’assise d’appello di Ancona, ma non dalla Cassazione.

La Suprema non ha ritenuto sufficientemente motivate le sentenze precedenti in merito alla violenza sessuale, intesa come movente dell’omicidio. “Pamela era drogata perché aveva assunto eroina e aveva una evidente limitazione psichiatrica; il rapporto era avvenuto senza protezione” tutti elementi che, secondo la difesa della parte civile sostenuta dall’avvocato Marco Valerio, “dimostrano che il rapporto non è stato consenziente”.

La procura generale di Perugia, su indicazione dei giudici di Cassazione, chiederanno un nuovo dibattimento per ascoltare le ultime due persone che hanno visto in vita Pamela: il tassista e l’uomo che la portò in stazione. Resta inoltre il dubbio sul fatto che Oseghale non abbia agito da solo. “Sono state infatti ritrovate tracce di dna sui trolley e sul corpo della ragazza ma queste non sono state comparate con i database”.

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