Peste suina: altri due casi a Roma. recintati i primi cassonetti

Domani, invece, punto in Campidoglio con i Municipi su ulteriori azioni da mettere in campo, per evitare la diffusione del virus. Municipio XV ha mappato i parchi

I cinghiali vicino stazione metro Valle Aurelia a Roma (foto Giannini - Lega)

Nel Lazio scoperti altri due probabili casi di peste suina africana. “Dai primi riscontri delle analisi dei prelievi effettuati sui cinghiali – ha spiegato l’assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D’Amato – emergono con alta probabilità altri due casi di positività su 16 campioni prelevati”. Entrambi i ritrovamenti fanno riferimento all’area del caso zero, il parco dell’Insugherata di Roma, decretata zona rossa già da sabato scorso da un’ordinanza della Regione Lazio. Domani, invece, si terrà un punto in Campidoglio con i Municipi su ulteriori azioni da mettere in campo, per evitare la diffusione del virus.

“A livello di Municipio abbiamo già fatto un lavoro di mappatura dei parchi per individuare i punti dove fuoriescono i cinghiali e dotarli di recinzioni – ha spiegato la presidente della commissione ambiente del Municipio Roma XV, Egle Cava -. Abbiamo anche già provveduto alla schermatura della revisione sui cassonetti, oltre che alla chiusura dei punti di accesso all’area urbana – ha proseguito Cava –. L’intervento della Regione si sovrappone a un lavoro che già stavamo portando avanti, visto che ci sono dei Municipi più esposti al problema come il nostro. Ci sarà anche da valutare la problematica dell’abbattimento e smaltimento delle carcasse”.

Intanto per contenere il virus il provvedimento del governatore Nicola Zingaretti ha disposto una “zona infetta provvisoria”, con controlli serrati e divieto di assembramenti, inclusi picnic, e una “zona di attenzione”. La regione Lazio, dunque, ha vagliato le prime misure: sorveglianza rafforzata dei cinghiali, campionamento degli animali moribondi, analisi delle carcasse e smaltimento in sicurezza. All’interno dell’area, segnalata da appositi cartelli, è vietato organizzare eventi, con la raccomandazione di disinfettare gli abiti all’uscita. Per Roma Capitale è previsto anche l’obbligo di installare ogni forma utile di recinzione intorno ai cassonetti della zona, ottimizzandone il posizionamento, e il divieto di avvicinamento e alimentazione ai cinghiali. Fuori dalla zona rossa, invece, la regione Lazio ha identificato l’istituzione di una “zona di attenzione”, estesa al territorio dell’Asl Roma 1, a ovest del fiume Tevere. Qui è prevista la ricerca attiva delle carcasse di cinghiali, la chiusura dei varchi di accesso dal versante nord della zona infetta, divieto di caccia e di dare da mangiare agli animali.

La diffusione della peste suina a Roma comporterebbe pesanti ripercussioni soprattutto sul comparto produttivo della carne, oltre che per la salute degli animali stessi. L’infezione, infatti, oltre a condurre al decesso dell’animale in tempi rapidissimi, può sopravvivere in ambiente esterno fino ad un massimo di cento giorni, resistendo per diversi mesi all’interno di salumi o alle alte temperature. “La malattia non è trasmissibile agli esseri umani”, ha tenuto a precisare l’ordinanza regionale, che ha tuttavia previsto il censimento di tutte le aziende, sia commerciali sia familiari, che detengono suini ricadenti nella zona rossa o limitrofe, per limitare il rischio di diffusione della malattia tra maiali e cinghiali. Ora “proseguono tutte le attività previste dall’ordinanza regionale e i campioni individuati verranno inviati all’istituto zooprofilattico di Perugia per la definitiva conferma” degli ultimi due casi sospetti, ha sottolineato l’assessore D’Amato. “Abbiamo chiesto al ministero di assegnare anche i test di conferma all’istituto zooprofilattico di Lazio e Toscana per ridurre i tempi degli esiti”, ha concluso l’assessore.

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