Romanina, raid al Roxy bar: condannati per mafia tre clan Di Silvio

Accusati lesioni e violenza privata. Campidoglio no parte civile

Un raid violento compiuto dai “padroni della Romanina”. Una azione, immortalata anche dai video, ai danni del titolare dell’esercizio commerciale ‘colpevole’ di non aver servito subito un caffè e di una cliente disabile che cercò di evitare il pestaggio. Per questo tre componenti del clan Di Silvio sono stati condannati oggi dal gup che ha riconosciuto per loro l’aggravante mafiosa.

Il giudice Maria Paola Tomaselli ha inflitto, accogliendo le richieste del pm Giovanni Musarò, 4 anni e 10 mesi ad Alfredo, 4 anni e 8 mesi a suo fratello Vincenzo e 3 anni e due mesi al nonno, Enrico. I tre erano accusati, a seconda delle posizioni, di lesioni, violenza private e minacce aggravate dall’articolo 7 della legge del 1991 sul metodo mafioso. Nel procedimento è stata respinta la richiesta di costituzione di parte civile del Comune di Roma perché tardiva.

I tre Di Silvio avevano optato per il rito abbreviato mentre la quarta persona protagonista del raid, Antonio Casamonica, è attualmente sotto processo davanti alla sesta sezione penale che lo giudicherà con il rito ordinario. I quattro vennero arrestati l’8 maggio scorso, a quasi quaranta giorni dal fatto avvenuto nel “Roxy bar” in una operazione che coinvolse uomini della Squadra mobile e dello Sco. Secondo l’impianto della Procura, Casamonica e Alfredo e Vincenzo Di Silvio, furono gli autori materiali del pestaggio. Enrico, il “nonno”, ha invece cercato, due giorni dopo i fatti, di intimidire le vittime che avevano presentato denuncia prima offrendo denaro poi passando alle vie di fatto: “allora volete la guerra”, tagliò corto Di Silvio senior che si trova ancora ai domiciliari mentre i due “rampolli” restano detenuti nel carcere di Regina Coeli.

Nell’ordinanza di arresto il gip ricostruì le varie fasi della violenza figlia di dinamiche mafiose. “Appare evidente – scriveva nel provvedimento il magistrato – che i Casamonica e i Di Silvio siano assurti a padroni del territorio e che l’aggressione della donna prima e la spedizione punitiva nei confronti del barista, con annessa devastazione del locale dopo, abbiano costituito una rivendicazione di tale diritti”. In sostanza siamo in presenza di “una ostentazione del potere su un territorio che gli indagati considerano sottoposto al loro dominio: in altri termini, si e’ trattato di un modo per riaffermare il loro potere anche per disincentivare eventuali future reazioni rendendo evidente a tutti quale trattamento sarebbe stato riservato ai soggetti che non assecondavano il loro volere”. Il gip, infine, definì come “sconcertante” il comportamento “tenuto dai numerosi soggetti che hanno assistito all’aggressione”. Persone rimaste “assolutamente passive non osando neppure allontanarsi dal locale per allertare le forze dell’ordine”. (Fonte Ansa)

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