A Tarquinia scavi portano alla luce tomba Gemina e il suo corredo

E' del VII sec a.C. Eichberg, Dopo i restauri si potrà visitare

Un statuetta in terracotta con l’immagine di una donna piangente, vasi incisi, brocche decorate da raffinati dipinti. Ma anche antiche coppe euboiche del tipo ‘a chevrons’, elementi di legno e ferro, i frammenti di una sottile lamina d’oro. A Tarquinia una campagna di scavi resa necessaria per la messa in sicurezza di un terreno ha portato alla luce un nucleo di dieci sepolture etrusche, databili tra l’epoca Villanoviana e quella arcaica (VIII-V secolo a.C.), nel cuore della necropoli dei Monterozzi, a poche decine di metri dalla Tomba dei Tori e da quella degli Auguri.

E in uno di questi sepolcri – tutti purtroppo gia’ profanati in passato dai tombaroli – gli archeologi della Soprintendenza hanno trovato la parte ceramica e altri oggetti di quello che si configura come un interessante corredo funerario, oltre ad una serie di elementi che permettono di ricostruire il contesto, che una volta completati i restauri e la messa in sicurezza, annuncia la soprintendente Margherita Eichberg, verra’ aperto alle visite. Si tratta di una sepoltura che risale alla prima meta’ del VII secolo avanti Cristo, spiega Daniele Federico Maras, funzionario della Soprintendenza, una tomba particolare anche nella sua struttura, che e’ del tipo ‘gemino’, “cioe’ costituita da due camere indipendenti affiancate, quasi identiche tra loro e aperte a sud-ovest su altrettanti vestiboli a cielo aperto, cui si accede tramite una ripida scaletta”.

In origine, racconta l’archeologo, le porte erano sigillate da lastroni di nenfro, un tufo grigio tipico di queste zone, “i clandestini in passato li hanno bucati per entrare nelle tombe, per poi richiuderli accuratamente dopo il saccheggio, con un’insolita dimostrazione di rispetto per i defunti”. Il loro passaggio pero’, a parte il saccheggio degli ori e degli oggetti piu’ preziosi, non e’ stato purtroppo indolore neppure per la fragile struttura di questa tomba gemella: “Nel caso della camera nord- spiega ancora Maras- la resistenza opposta dal lastrone ha spinto i profanatori a scalzare anche due blocchi della copertura, causandone cosi’ il crollo”.

Tant’e’, sotto le macerie di quella che gli archeologi hanno ribattezzato “Tomba Gemina” erano rimasti frammenti di vasi di impasto lucidato a stecca, la splendida statuetta fittile, vasi di bucchero inciso e dipinti di stile etrusco-geometrico, “tra cui anche alcune brocche del Pittore delle Palme”, le preziose coppe e i pezzetti di lamina d’oro “evidentemente il residuo di un rivestimento prezioso” saccheggiato dai tombaroli. “Tutto in frantumi”, fa notare Maras, spiegando che con tutta probabilita’, “i vasi sono stati rotti proprio dai ladri, alla ricerca di chissa’ quali tesori”. Per fortuna, pero’ i frammenti erano tutti ancora li’ in terra, dice, “e ora sono finalmente al restauro, per essere restituiti alla pubblica fruizione”. La soprintendente applaude: “Grazie all’intervento degli archeologi – commenta Eichberg – l’emergenza e’ stata trasformata in un’opportunita’ di conoscenza e promozione culturale”.

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