In Treatment, la terza e ultima serie dal 25 marzo su Sky Atlantic HD

Presentata la stagione finale, parla Sergio Castellitto e il resto del cast: Margherita Buy, Giulia Michelini, Brenno Placido e Domenico Diele

In Treatment giunto alla sua stagione finale

In Treatment giunge alla sua terza e ultima stagione, dal 25 marzo su Sky Atlantic. Sergio Castellitto riprende il ruolo di Giovanni Mari, lo psicoanalista che segue i suoi pazienti da tre serie. Quest’anno incontrerà Rita (Margherita Buy) una nota attrice, Luca (Brenno Placido) un adolescente complicato e gay dichiarato; Bianca (Giulia Michelini) una ragazza della periferia che soffre di attacchi di panico; padre Riccardo (Domenico Diele) un giovane prete in crisi. Giovanni è a sua volta seguito dalla giovane collega Adele (Giovanna Mezzogiorno).

In Treatment è una serie TV che non somiglia a nessun’altra, una parata di talenti, un sacco d’attori e lo stesso creatore Hagai Levi. Gli attori hanno avuto di fronte un’ottima riscrittura e anche dal punto di vista della regia Saverio Costanzo ha passato il testimone a Edoardo Gabbriellini, da un regista affermato a un nuovo talento della regia che ha adattato la terza stagione”, ha esordito Nils Hartmann, il direttore di produzioni originali di Sky Italia.

In Treatment è realizzata da Wildside, Lorenzo Mieli, il CEO della società che ha prodotto la serie TV ha sottolineato che ci saranno due storie originali. “È difficile pensare alla scrittura di Levi come un format, abbiamo pensato più che altro a una pièce teatrale, il lavoro di adattamento dal primo anno a oggi è stato eccezionale. Già nel primo anno, Alessandro Fabbri ha preso il personaggio di un militare israeliano riscrivendolo e negli anni il lavoro di adattamento è stato molto importante. Per la prima volta nostra, abbiamo creato un personaggio completamente nuovo e l’altro trasformato, non è una particolarità, ma dentro questo contenitore che è In Treatment è stata un’innovazione”.

In tre anni, sul divano di Sergio Castellitto/Giovanni Mari si sono seduti alcuni fra i migliori attori italiani: da Alba Rochwacher passando per Barbora Bobulova, da Valeria Bruni Tedeschi a Licia Miglietta, da Maya Sansa a Michele Placido. Le scorse stagioni sono state dirette da Saverio Costanzo: “È un lavoro molto duro, siamo tutti raccolti, si corre molto, come il cinema. È difficile mantenere la concentrazione dei ciak di 30, 35 minuti per creare più unità, per un corpo il più possibile unico. Questo vuol dire fare molte prove. L’attore poi si lascia andare, anche se loro hanno bisogno del testo. Ci divertiamo, ma è un lavoro molto duro, è come se fosse girato in presa diretta”.  Il sogno di Mieli resterà quello di realizzare un episodio in presa diretta, quanto alle tecniche di ripresa utilizzate da Saverio Costanzo, “non c’è una regola. L’ambizione era girarlo in un piano sequenza, ma abbiamo usato la tecnica di cambio d’asse”, odiata moltissimo dal cast.

All’esordio alla regia, l’attore Edoardo Gabbriellini che ha definito In Treatment come una coreografia: “È un mondo precostituito con un’organizzazione unica per questo mi dava l’impressione di entrare in un balletto. La preparazione è avvenuta con Saverio e ho tentato di essere adesivo alla grammatica di In Treatment”.

Andrea Scrosati, EVP Programming di Sky, si è detto dispiaciuto che In Treatment stia terminando: “Ci dispiace sia l’ultima stagione, abbiamo sempre vissuto In Treatment come una dichiarazione d’amore, alla scrittura, una delle migliori in Italia, c’è Levi in quella originale e alcuni scrittori migliori in Italia. È un atto d’amore alla regia, perché dal punto di vista registico. Ci sono visti gli esercizi più innovativi in TV anche per il modo in cui Saverio l’ha costruita e poi è un atto d’amore per la recitazione, anche perché penso che questa serie apparentemente statica e così dinamica, dove la dinamica nasce da uno sguardo, da un piccolo movimento. Il dato più interessante di In Treatment è la serie che ha avuto il più grande numero di richiesta on demand e in download, questo perché la serie si può guardare in modo non lineare, orizzontale e verticale. Abbiamo deciso di mettere tutte le puntate su Sky Box, tutte e 35 a partire da sabato 25 marzo”.

La parola è poi passata a Sergio Castellitto da tre anni Giovanni Mari, l’inquieto psicanalista protagonista di In Treatment: “Volevo segnalare una prospettiva benissimo, c’è un me che mi guarda riproponendo il campo e il controcampo di In Treatment. Peccato che sia l’ultimo anno, ma la forza di In Treatment è quella di concludersi, cosa che non accade in Psicoanalisi. È una fine naturale, gli attori sono formidabili, ma voglio sottolineare la scrittura. Sono bravi se le cose sono scritte bene. Il lavoro della scrittura, che è quello che soffre di più nel nostro cinema, è veramente fondamentale soprattutto in una dimensione come quella di In Treatment, dove lo spettacolo e le immagini stanno nell’attore. Sì, è stata dura, ma io mi sono divertito nel senso del play, pur affondando le mani nel dolore, nella sofferenza. Ma è l’esaltazione del nostro lavoro, recitare è un gesto psichico ed è un gesto confessionale, la Psicoanalisi è un gesto confessionale, dunque la performance dell’attore, nel caso di Diele poi che è un prete, ma in realtà è uno sciamannato, tutto confina dentro l’altro”.

In Treatment s’ispira a Be Tipul, serie TV israeliana adattata negli USA con il titolo di In Treatment, il suo creatore Hagai Levi ha tessuto le lodi alla versione italiana: “È il migliore adattamento mai visto, vi ammiro per aver fatto una terza stagione, io ero troppo debole e mi sono fermato a due. È un processo così stancante e vi ammiro per averlo continuato. Quando In Treatment si era concluso in America, avevano detto la serie TV fosse stata cancellata dopo tre stagioni, si erano fatte solo due stagioni. È così difficile, e richiede così tante attenzione per capire quanto è duro il processo di scrittura. So quanto sia difficile per Sergio stare seduto su quella sedia. L’attore che interpretava lo psicanalista nella mia versione (Assi Dayan nei panni di Reuven Dagan) la chiamava la sedia elettrica. L’attore è morto due anni fa, spero non sia morto a causa di questo”.

“Tre anni fa quando sono stato così, ho preso parte al processo di adattamento. Ero seduto con loro e mi sono reso conto che fosse adattata nel migliore dei modi. Per questo ho detto che era il migliore, non è una semplice traduzione, né un adattamento, hanno preso gli archetipi dei personaggi per trasformali in qualcosa che avesse un rapporto più stretto con la realtà locale. Riconosco l’impegno e penso che sia il miglior adattamento, non vedo l’ora di vedere la terza, credo sarà la migliore perché non è un adattamento e toccherà temi e realtà radicati nella società italiana”, ha aggiunto Levi.

L’adattamento è a cura di Ilaria Bernardini, Stefano Sardo, Ludovica Rampoldi (sceneggiatrice anche di Slam – Tutto per una ragazza) e Alessandro Fabbri.

La terapeuta di Giovanni, Adele

Il resto del cast di questa stagione finale è composto da Margherita Buy, Giulia Michelini, Brenno Placido, Domenico Diele e Giovanna Mezzogiorno. Per Margherita Buy è stata un’esperienza molto forte: “Non ho dormito tutte le notti prima delle puntate. È stata una prova importante e interessante, una sfida con te stessa. Poi c’è un problema con la memoria, di fronte a te c’è una sorta di plotone di esecuzione. Penso che dopo questo posso fare tutto, peggio di questo non ci sia nient’altro”.

Giulia Michelini è Bianca: “È un fiume in piena, va arginata, Sergio/Giovanni la decodifica, si adatta al suo linguaggio che non è usuale. Mi sono aggrappata a Sergio Castellitto, è un personaggio che aveva uno scheletro di suo. Nelle prove le abbiamo dato questo colore. È stata un’esperienza bellissima, appagante, frustrante, una bella ginnastica dal punto di vista emotivo”.

Domenico Diele è padre Riccardo: “C’è un contrasto fra terapeuta e religioso perché si rivolgono a persone con regole completamente diverse, problemi e difficoltà che si trovano di fronte alla vita. Il sacerdote che dovrebbe rivolgersi con la preghiera e le indicazioni delle Sacre Scritture, invece per affrontare i problemi chiede aiuto a chi rappresenta il mondo del laicismo. Facendo padre Riccardo mi sono trovato ad ascoltare quello che diceva Mari. Questo nuovo punto di vista sulle cose fa presa sulle cose, man mano che va avanti il confronto si scoprirà chi è”.

Domenico Diele è Padre Riccardo

Diele per il suo ruolo ha ascoltato i consigli di Guido Caprino, protagonista della prima stagione di In Treatment e di 1993: “Mi ha detto di cercare di non mettermi comodo sul divano, abbiamo ragionato insieme al modo migliore possibile di mettere sullo schermo il disagio del personaggio”.

Brenno Placido è Luca

Brenno Placido è Luca: “Ha una personalità complessa, è l’unico che si permette di dire cose molto scomode, è un ragazzo problematico. Il fatto di essere solo lo porta a reprimere molte emozioni. Anche emozioni mie personali sono fuoriuscite, il testo è così forte e mi sono lasciato trascinare”.

Il set televisivo è totalmente diverso da quello cinematografico: “Per fare un film, stai sul set 70-80 giorni, ultimamente molto meno. Conta molto compassi la giornata di lavoro, passava in modo molto dura, ma proficua. Sono un regista, ma sul set sono un attore docile. Un attore deve saper servire il mondo poetico di un autore e un regista”.

In Treatment chiude alla terza stagione: “Si chiude qui per una questione di pancia, perché capiamo che chiudere qui si potrebbe portare in infinito”, spiega Nils Hartmann. Levi interviene: “La serie non è un format come X Factor, la storia è sul terapista che mette in dubbio il suo lavoro. Avrai nuovi pazienti, ma la sua essenza non può andare all’infinito, dopo due, massimo tre stagioni si deve chiudere. È una decisione giusta”.

Per Scrosati, “la tv ha la capacità di spremere un limone e distruggerlo. Facciamo spin off, tagliamo una cipolla in 27 pezzi. Continuare è un errore perché si distrugge il valore unico di un’idea e si trattano le persone a casa come imbecilli. Non dobbiamo partire dal presupposto che gli piaccia qualcosa a prescindere, ti danno il beneficio del dubbio una volta, per la TV è importante smettere di pensare che le persone da casa siano degli imbecilli”.

“La fruizione è cambiata, sono 105 episodi, 105 pagine di un grande libro che hai letto e puoi rileggere. Gli episodi verranno visti e visti, ogni volta scopri una sfumatura che ti era sfuggita. 105 volti, chiacchiere, pianti, stanno là”, ha aggiunto Castellitto.

“In Treatment mette in crisi l’analisi, Giovanni Mari lo mette in crisi. Sin dalla prima stagione ha una crisi nei confronti della psicoanalisi, la continua dialettica con il mondo di fuori”, ha aggiunto Saverio Costanzo.

Scrosati non esclude altri adattamenti italiani di serie TV di culto: “Ho perplessità di fronte a una storia che è più orizzontale, viviamo in un mondo in cui gli appassionati di serie non aspettano l’adattamento italiano. Anche lì c’è una mancanza di rispetto nei confronti del pubblico, però poi ci sono dei prodotti in cui si nega l’aspetto di possibile empatia specifica con un pubblico italiano, non è detto che non lo rifaremo”.

“È difficile pensare a un altro adattamento, in Italia la droga di Breaking Bad non ce l’abbiamo”, ha concluso Nils Hartmann.

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