Planetarium, Rebecca Zlotowski e Louis Garrel parlano del film

La regista e l’attore ospiti del Rendez-Vous, il lungometraggio in sala oggi con Officine Ubu

Planetarium, le due protagonista
Natalie Portman ha fortemente creduto nel film

Planetarium da oggi in sala è un film dedicato alla magia del cinema e non solo, parla anche dei totalitarismi di ieri e di oggi. A presentarlo a Roma la regista Rebecca Zlotowski e Louis Garrel, uno degli attori protagonisti del film, entrambi ospiti della rassegna Rendez-Vous Nuovo Cinema Francese.

La storia è quella di due sorelle medium, Laura e Kate Barlow, rispettivamente Natalie Portman e Lily- Rose Deep, nella Francia degli anni ’30. Durante il loro tour s’imbattono in André Korben, discusso produttore cinematografico e da lì una delle due diventerà una promettente attrice.

Com’è nata l’idea del film, presentato allo scorso Festival di Venezia: “C’è un sentiero molto particolare, segreto, che ci porta a un film. Così è nata la trama degli attori in uno stato di trance, il desiderio di lavorare con degli attori e di metterli in questo stato. Gli altri film che ho fatto avevano dei budget più inferiori, riprese corte e non mi hanno permesso di farlo. Ed è questo che mi ha portato alla questione dello spiritismo, di due sorelle medium americane, che è basato su una storia vera. A questo ho aggiunto l’aspetto europeo, l’incontro con il produttore ebreo fra le due guerre, sono due storie che avrei voluto fare e si sono inserite l’una nell’altra. Da qui è venuta la struttura e la logica del film, simile un sogno”.

Planetarium tocca anche le tematiche dell’antisemitismo e dei totalitarismi: “Anch’io non ne posso più di questo tema, il mio prossimo film sarà una commedia! Quando abbiamo scritto il soggetto con Robin Campillo era molto presente ed è in un certo modo la risposta a questo clima, al rinascimento, non solo dell’antisemitismo, di altre forme di razzismo, di populismo, e in quel momento sono tornati. Questo clima di minacce e d’inquietudine ci ha portato a scrivere un film ambientato negli anni 30, senza essere storici c’è un parallelo molto forte fra i due periodi. E per dare un aspetto più brillante, abbiamo ambientato la storia nel mondo del cinema. Trovo che l’antisemitismo sia un esempio di cattiva fiction, un pessimo storytelling, come qualsiasi tipo di fascismo”.

Protagoniste del film Natalie Portman e Lily-Rose Deep, Rebecca Zlotowski per la seconda scelta si è fatta consigliare dalla star del film.

“Mi sono raccontata che volevo fare un film sull’Europa, la fede, sul cinema e sul suo rapporto con l’esoterismo. Un anno dopo posso dire che ho fabbricato questo film su Natalie Portman. È entrata a far parte del progetto sin da subito, ho avuto la fortuna che aveva manifestato curiosità per i miei lavori. È un’attrice donna intelligente che s’interessa ad altre filmografie, e ha una certa curiosità e intelligenza. Lei è stata associata al film e ne è il muro portante, ed è stata lei a segnalarmi Lily-Rose Deep mostrandomi una foto. Era molto giovane all’epoca, mi ha inviato una sua foto e ho pensato che la sua scelta avesse segnato il film: la scelta della sorella rappresentava metà del film”.

Planetarium è un film sul cinema, un metafilm, una delle frasi del film recita: “A volte bisogna spegnere la luce per vedere qualcosa”. Per la regista: “È l’idea che si nasconde dietro una camera oscura, la meccanica stessa del cinema. Così ho pensato al titolo: bisogna far immergere lo spettatore come in un Planetario, questo ruolo artificiale in cui entriamo per vedere delle stelle di cui non conosciamo il nome e abbiamo solo l’impressione di vedere un cielo stellato ed è qualcosa di bello. Poi c’è un’altra frase del film: Non si sa mai quando si è prima della guerra”.

Planetarium segue Grand Central, due film molto diversi ma con la colonna sonora di Rob. “Ogni volta lavoro con le stesse persone, direttore alla fotografia, produttore, musicista…non avevo la consapevolezza di fare qualcosa di diverso. Ho l’impressione di essere ossessionata dalla stessa cosa, l’invisibilità e come la macchina da presa possa riprendere l’invisibile. In un rapporto amoroso, come in Grand Central, in cui era relazionato alla radioattività. E qui invece, tornano i fantasmi e come possiamo fissarli, come possiamo capire la minaccia e inventarsi l’apparecchiatura per realizzare questi termini. Qui ho usato gli strumenti del cinema in costume ed è stato molto appassionante”.

Nel film gioca un grande ruolo l’illusione: “La amo, amo quest’artificio. Credo che il pensiero del film, l’ultima scena è il piacere dell’artificio, ma ci dona una speranza. Quest’artificio, questa tela, questo cielo stellato patetico è la cosa più preziosa in cui possiamo immergerci per sopportare il resto, anche se è artificiale. Per me il cinema è questo: arrivare alla verità, parte dell’artificio”.

Louis Garrel interpreta nel film un attore che condivide la scena con Natalie Portman e con il suo cane, in una scena molto divertente del film in cui sembra avere un problema con l’alcool.

“Mi sta dando dell’alcolizzato?”, scherza l’attore. “Io e Rebecca ci conosciamo da quando avevamo 17 anni, siamo grandi amici, ma possiamo immaginare che lei abbia dell’aggressività nascosta ed è per questo che mi ha dato questo ruolo dell’alcolizzato (ride). Certe volte si interpreta un personaggio che si vede poco quindi bisogna caratterizzarlo subito,  sappiamo subito che per ricordarci di lui ha delle caratteristiche, Rebecca mi ha detto: beve e ha un piccolo cane. Il vino e il cane, sono due caratteristiche che lo connotano con una cerca di dimenticare se stesso e l’altra perché lui è sola”.

Il cane, ha raccontato l’attore al termine della proiezione con il pubblico, è quello di Natalie Portman e fra l’animale e l’attore non è stato un set facilissimo.

“La ragione per cui gli ho chiesto di fare questo ruolo”, interviene la regista, “per me Louis Garrel ha un potenziale, potrebbe essere il migliore attore comico della sua generazione, nessuno lo sa e lo potrete vedere nel suo prossimo film in un’uscita. Il mondo del cinema è così strano nel film e c’era bisogno di un po’ di tenerezza, e penso che con il suo ruolo Louis l’abbia portata. Il suo ruolo, poi, l’abbiamo scritto insieme, ed è un regalo che mi ha fatto”.

“Sì, ho improvvisato, ma non troppo”, racconta l’attore. Louis Garrel, alla proiezione del film, ha anche raccontato di come sia riuscito a far sorridere Natalie Portman, senza che l’attrice comprendesse il francese. L’attore francese è in sala anche con Mal di pietre. “Non beve per nulla, mi sono identificata nel personaggio”, scherza la regista.

“Non ho scelto questo ruolo, Rebecca mi ha parlato del film prima di scriverlo. Prima che mi chiedesse di prenderne parte, leggendo la sceneggiatura avevo sentito che c’era una sorta di inquietudine nel film, perché era come se lei sapesse bene cosa sarebbe successo ai personaggi, anche se loro ne sono del tutto ignari. C’è qualche piccolo dettaglio che ci spiega cosa potrà accadere. È come se fosse un sogno inquieto, e ci si dimentica cosa stiamo guardando. È un film in costume, racconta il sogno di due ragazze americane, il fatto che uno diventi attrice, la storia del produttore che vuole fissare sulla pellicola qualcosa d’impossibile. È come un film con tante avventure su uno fondo disperato”, spiega l’attore.

“Sono come Matteo Renzi, prendo degli appunti. Amiamo i film sul cinema, mi piace molto vederli, c’è sempre una mistificazione”, completa Garrel.

Riprende la parola la regista: “Siamo in un mondo che conosce perfettamente le risorse della finzione, sappiamo come si scrive una commedia, quando sentite la musica sapete già cosa accadrà. Oggi esistono alla TV delle serie che danno questo piacere, tutti hanno avuto accesso oggi al Manuale dello sceneggiatore. La mia responsabilità, in quanto cineasta, è quella di fare dei film che appartengono al cinema, dando la possibilità allo spettatore d’immergersi in una storia di cui non conosce il seguito con il rischio di perdervi”.

“In questo film, in quanto universitaria e studiosa, presento dei personaggi lucidi. Malgrado questo sono accecati rispetto al periodo che stanno vivendo. Korben (personaggio basato sul produttore Bernard Natan) vede nei fantasmi il suo futuro, la morte; Kate vede dei fantasmi del passato. Solo Natalie Portman vive il presente perché non ha il dono ed è con lei con cui m’identifico perché dà al cinema la possibilità di identificarsi. Se volete la lettura segreta del film ve la posso dire, ma la mia soddisfazione, in quanto cineasta, è quella di proporvi un oggetto in cui ognuno ha un proprio percorso. Ognuno può scegliere il personaggio a cui si sente più vicino, per questo ho parlato di struttura del sogno… o di un incubo”, risponde così la regista a chi l’accusa di aver fatto un film forse un po’ troppo confuso.

Riprende la parola l’attore, questa volta in italiano: “C’è poi… il naturalismo al cinema è diventato la lingua più parlata. Ogni volta che c’è qualcuno che ha una visione di cinema che va verso l’espressionismo, come Paolo Sorrentino, la sua espressività delle immagini l’ho sentito subito che lei voleva prendere una strada diversa rispetto al realismo. Il film precedente era molto più naturalistico, in questo film lei è molto più espressionistica, una strada che il film non prende così frequentemente”.

Planetarium attraversa diversi generi, la regista pensa che questa sia la domanda sul film: “La vera libertà nell’invenzione di un film, è quella di proporre un’esperienza che ha un’etichetta di un film piuttosto che di un altro. Sidney Lumet, un regista che ho amato molto e che ha fatto film totalmente diversi ha detto che per avere un soggetto di un film bisogna mischiare un genere, prenderne un altro e poi mischiarli e che un film è una serie di generi diversi. In questo film, ho avuto una libertà totale nella struttura narrativa, questo mi ha portato a vedere una storia d’amore, d’avventura e una parte la mise en abîme sul cinema. Un’altra parte mi porta alla fede, su cosa si crede questa domanda esiste nell’amore e nel cinema. Questo riguarda il cinema o l’antisemitismo. Tutto il film pone questa questione e mi aiuta a porla”.

“Mi sono anche trattenuta, con lo sceneggiatore Campillo, di proteggere queste zone di mistero, forse il prossimo film sarà meno complesso. Ma il DNA di questo film era questo qui”, conclude la regista.

Divide la scena con Natalie Portman, Lily Rose Deep, Emmanuel Salinger: “È l’attore dei primi film di Arnaud Desplechin, La Sentinelle e La Vie des Morte. Inizia già a sparire dopo Comment me je suis disputé. È uno dei fantasmi del mio cinema. Ha fatto molto teatro, ma da vent’anni non recita al cinema. Si può dire che è stato riscoperto con il mio film grazie al mio film, qui non ha anche i capelli neri, ma li ha biondi come il padre di Twin Peaks. L’ho scelto per il film grazie ai suoi occhi, sono come quelli di Peter Lorre (il protagonista di M, il mostro di Düsseldorf, ndr) di Fritz Lang. L’ho desiderato molto nel mio film, qualcosa che non gli potevo dire. Anche il fatto che sia sparito me l’ha reso ancora più come un fantasma. Fa teatro e dei film, tutti sono registi nel mio film: lui, Louis Garrel, Pierre Salvadori, Natalie Portman…”.

Planetarium ha una scena in yiddish, recitata dal padre della regista: “In questa scena è vero che ho messo in scena una lingua scomparsa e c’è anche il padre del personaggio, ed è anche importante perché è come se ci fossero due fantasmi in scena. È mio padre a interpretare quella scena, forse devo andare dallo psicanalista, ma cercavo un interprete che potesse recitare in yiddish e l’ho trovato molto vicino a me… e non caro. In quella scena, si è un po’ improvvisato perché non sapevo cosa avrebbe detto e la mia équipe mi ha aiutato, mi ha protetto a fare una cosa che non si dovrebbe fare. Martin Campillo mi ha letto un brano sulla promiscuità degli uomini in guerra, scritto da Flaubert, ed è diventato quello che mio padre dice nel film”.

“Sono a Roma, vicino a via Veneto, e non posso non pensare a Federico Fellini… la scena in in cui il padre torna nella sua tomba e il figlio, Marcello Mastroianni gli dice: Papà resta! Per me è importante che fosse stato mio padre e averlo ripreso prima che scomparisse”, conclude la regista con un omaggio all’Italia.

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