A Roma la discarica è un miraggio

Se costruirla, dove farlo, come farlo, sono state le domande che per quattro anni hanno tenuto la città sospesa, ostaggio di un continuo e sfiancante scaricabarile tra il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti e la sindaca di Roma Virginia Raggi

(immagine di repertorio)

Ahi, la discarica. Se costruirla, dove farlo, come farlo, sono state le domande che per quattro anni hanno tenuto la città sospesa, ostaggio di un continuo e sfiancante scaricabarile tra il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti e la sindaca di Roma Virginia Raggi. Con il risultato di lasciare periodicamente la città con l’immondizia in mezzo alla strada o accumulata intorno ai cassonetti. La ragione? Mancavano (e mancano) gli impianti: in particolare le discariche che ricevono i rifiuti non più trattabili (quella di Colleferro per anni centrale nel ciclo dello smaltimento del Lazio per decisione della Regione ha chiuso definitivamente a gennaio 2020) e gli impianti di compostaggio per il trattamento dell’umido. Da quando nel 2013 chiuse la grande buca di Malagrotta, che dal 1974 aveva ricevuto i rifiuti romani, non si è trovata una soluzione alternativa. Fino a pochi mesi la Regione Lazio non aveva ancora un piano rifiuti, una sorta di piano regolatore del ciclo dello smaltimento. L’ultimo, aggiornato al 2012, era superato dalla storia. Allo stesso tempo, l’Ama, l’azienda dei rifiuti capitolini, era senza piano industriale, appesa all’illusorio sogno dell’inizio cosiliatura Raggi: arrivare entro il 2021 al 70 per cento di raccolta differenziata (non siamo neanche al 50).

Il Tar del Lazio dà ragione al Campidoglio (ma resta il rischio commissariamento)

Nelle scorse settimane il tar del Lazio ha dato ragione al Campidoglio. Virginia Raggi su Facebook ha esultato: “È arrivato il momento che la Regione collabori per cercare soluzioni fattibili e concrete”. Con una sentenza breve il tribunale amministrativo ha accolto il ricorso presentato dal comune a fine aprile contro l’ordinanza della Regione Lazio che imponeva entro inizio maggio “di trasmettere un piano impiantistico ai fini dell’autosufficienza in termini di trattamento, trasferenza e smaltimento, con una rete integrata e adeguata di impianti”. In particolare, la Regione voleva che il Campidoglio indicasse un’area all’interno dei confini comunali dove realizzare la nuova discarica.

Il Tar nella sentenza non dice che la Regione non può imporre la decisione, ma spiega che se vuole farlo l’ordinanza contingibile e urgente non è lo strumento giusto perché, si legge “è utilizzabile soltanto in via provvisoria, sussidiaria e straordinaria, quando la norma non preveda un atto amministrativo tipico”. Se il Comune non adempie ai suoi obblighi la legge regionale prevede una procedura precisa: l’applicazione dei “poteri sostitutivi”. Insomma, se la discarica è necessaria e il Comune non la indica l’unica strada che la Regione può percorrere è quella di commissariare il Comune.

Il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha quindi deciso di convocare un tavolo tecnico permanente per trovare soluzioni. Intanto l’emergenza per l’estate è stata scongiurata grazie agli accordi siglati con diverse regioni d’Italia (Abruzzo, Toscana, Emilia-Romagna, Friuli, Veneto e Campania) che consentiranno di trasferire negli impianti di mezza Italia l’immondizia romana.

Arriva la magistratura

I problemi erano cominciati alcuni mesi fa quando a causa di due arresti si è bloccato tutto. Come in un nefasto gioco dell’oca si torna alla casella di partenza. Roma è di nuovo senza un’area dove realizzare la discarica.

La Regione ha bloccato le procedure per il sito di Monte Carnevale dopo l’arresto di Flavia Tosini e Valter Lozza, rispettivamente massima responsabile amministrativa della direzione rifiuti della Regione Lazio e potente imprenditore del settore (già titolare di altre due discariche in regione) e proprietario dell’area dov’era in corso la costruzione della nuova discarica.

“La dirigente – scrive il Gip che ha emesso l’ordinanza di arresto – più dell’interesse pubblico destinava il proprio ufficio agli interessi privati di Lozza con il quale intratteneva una relazione extraconiugale condividendone però anche gli affari”.

Per disegnare un nuovo piano la Regione pretendeva che il Campidoglio indicasse alla Città metropolitana le cosidette “aree bianche”, zone non sottoposte a vincoli ambientali o architettonici dove aziende pubbliche o imprenditori privati avessero potuto programmare la realizzazione di discariche e impianti. La linea di Virginia Raggi però era “Roma ha già dato con Malagrotta”. Nella Capitale non si può realizzare nessuna nuova discarica.

Su questo punto per anni si è andati avanti in uno sterile e immobilizzante braccio di ferro tra Comune e Regione. La situazione, sempre sull’orlo dell’emergenza con lo smaltimento legato all’equilibrio precario d’accordi con impianti fuori regione, si aggravò l’11 dicembre del 2018 quando andò a fuoco all’improvviso il Tmb Salario, uno degli impianti di trattamento dell’indifferenziato della città.

La base del ciclo dei rifiuti. I tmb, infatti, dividono la parte secca dall’umido, frazionando i rifiuti che andranno poi in parte ai termovalorizzatori o in discarica. L’impianto di via Salaria trattava quasi un quarto dei rifiuti indifferenziati della Capitale. Un bel problema.

Il pasticcio di Monte Carnevale

La vera emergenza però arrivò più tardi. Con l’avvicinarsi del 14 gennaio 2020, giorno previsto per la chiusura definitiva della discarica di Colleferro.

Dopo due ordinanze regionali che imponevano al Comune di indicare un’area per la nuova discarica  e sotto minaccia di commissariamento, la Regione riuscì a costringere il Campidoglio grillino ad indicare una nuova area. Qualche ora prima dell’inizio del 2020, il 31 dicembre 2019, Virginia Raggi e i suoi cedettero. L’assessore ai Rifiuti dell Regione, Massimiliano Valeriani, scese trionfante le scale di Palazzo Senatorio e ai cronisti presenti prima di salire in macchina dichiarò: “La discarica si fa”. Virginia Raggi – contro il parere di quella che all’epoca era la direttrice della direzione Rifiuti del Campidoglio, Laura D’Aprile – indicò un sito. In cambio la Regione s’impegnava a non inserire all’interno del nuovo piano Rifiuti il sub-ambito di Roma Capitale che avrebbe costretto la città a chiudere il ciclo dello smaltimento all’interno dei suoi confini.

L’area scelta era quella di Monte Carnevale, valle Galeria, un passo dalla vecchia discarica di Malagrotta, la cui chiusura è stata per anni battaglia del M5s romano. Uno smacco inaccettabile. Contro quella decisione il Movimento romano si ribellò: scesero in piazza consiglieri comunali e regionali, presidente di municipio pronti a rassegnare le loro dimissioni e anche il presidente della commissione parlamentare Ecomafie Stefano Vignaroli. La sindaca finì sotto anche in Aula Giulio Cesare: la sua maggioranza votò una mozione per chiedere di ritirare la decisione. La prima cittadina rispose che non avrebbe seguito quella indicazione. Almeno fino a pochi giorni fa.

L’indagine della Procura di Roma che accusa Tosini e Lozza di corruzione, concussione e turbativa d’asta ha risvegliato la sindaca grillina che ha avviato l’iter per ritirare in autotutela quella scelta: “Ci sono gravi responsabilità politiche della Regione Lazio”, ha detto.

Le indagini però svelano anche un’altra cosa davvero strana. La ragione con la quale Virginia Raggi e i suoi fedelissimi giustificarono la scelta di Monte Carnevale fu a pressapoco questa: “È l’unica area che ha le dimensioni necessarie, le altre sono troppo piccole”. L’ex cava, in effetti, ha un bacino grande che potrebbe ospitare oltre un milione e mezzo di tonnellate di rifiuti. La procedura richiesta in Regione da Lozza però prevedeva l’autorizzazione per soli 75mila metri cubi, poco più di una buca.

Secondo i pm che hanno arrestato lui e Tosini si trattava di un’escamotage pensata dalla dirigente regionale per evitare la richiesta di una nuova Autorizzazione integrata ambientale (Aia). La discarica infatti è già autorizzata per lo smaltimento degli inerti e si poteva quindi, mantenendosi sotto le 100mila tonnelate, limitarsi a una più snella procedura di integrazione di quella autorizzazione. Certo così la nuova discarica non avrebbe risolto l’emergenza rifiuti.

Per ora, nessuna discarica

Intanto però siamo di nuovo alla casella di partenza, seppur con qualche differenza: un piano Rifiuti adesso c’è e l’Assemblea capitolina sta per approvare il nuovo piano industriale di Ama che prevede la realizzazione di due nuovi impianti di compostaggio, un nuovo tmb e due impianti per la selezione di carta e multimateriale. Sulla discarica, invece, resta tutto sospeso.

Si sa però che piove sempre sul bagnato. All’improvviso alcuni mesi fa è arrivata un’altra notiza. La più grande discarica rimasta in Regione, quella di Roccasecca, provincia di Frosinone, entro la settimana potrebbe chiudere i battenti. Anche questo invaso è di proprietà dell’imprenditore arrestato Valter Lozza attraverso l’azienda Mad Srl che ha comunicato a Regione e Comune la fine dello spazio disponibile (per allargare l’invaso è sospeso un procedimento in Regione). La discarica riceveva ogni giorno 800 tonnelate di scarti provenienti dai Tmb romani.

In attesa di capire se il ministro riuscirà a mettere d’accordo Comune e Regione e trovare un nuovo sito per una discarica (all’interno della Città metropolitana si potrebbe trovare un accordo su Magliano romano, mentre per un invaso all’interno dei confini comunali che la Regione chiede con insistenza è difficile che si riesca a trovare la quadra) Cingolani ha incontrato la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese per capire se esistono i presupposti per requisire la discarica di Roccasecca e riaprirla.

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