C’è un edificio a Roma che è lungo quasi un chilometro. Si chiama Corviale, ma tutti lo conoscono come il serpentone: un monolite di cemento armato che scivola lungo la periferia sud-ovest della capitale come una nave incagliata in un mare di prati incolti. Fu costruito tra il 1972 e il 1982, progettato dall’architetto Mario Fiorentino come un esperimento radicale di urbanistica sociale — una città verticale e autosufficiente, con negozi, scuole, spazi comuni integrati nella struttura. Non andò esattamente così.
Il quarto piano, quello destinato ai servizi collettivi, fu occupato nel tempo da centinaia di famiglie senza titolo. Per decenni è rimasto una zona grigia, uno spazio né pubblico né privato, emblema di tutto ciò che può andare storto quando le istituzioni si girano dall’altra parte. Oggi, quarant’anni dopo, quel piano è al centro del più grande intervento di riqualificazione urbana in Italia — o almeno così viene definito dagli stessi amministratori regionali che ne hanno discusso in una recente audizione al Consiglio regionale del Lazio.
I numeri raccontano una storia di progressi reali e ostacoli persistenti. Su 103 appartamenti ricavati al quarto piano, sessanta sono stati riqualificati e assegnati regolarmente. Gli altri quarantatré hanno subito un rallentamento: le occupazioni abusive hanno bloccato i cantieri per mesi. “Oggi però il cantiere è ripartito”, ha spiegato il direttore generale di Ater Roma, Marco Rocchi. Cinquanta milioni di euro sono stati investiti nell’efficientamento energetico dell’intero complesso, con fondi legati anche al Pnrr: l’avanzamento supera il 90 per cento e i risultati, sul piano tecnico, sono stati descritti come eccellenti — cinque classi energetiche di miglioramento, ben oltre gli standard richiesti.
Eppure basta un numero per ridimensionare l’ottimismo: il 70 per cento degli inquilini non paga il canone. C’è poi una questione più sottile, quella che gli urbanisti chiamano coesione sociale e che a Corviale assume contorni particolarmente nitidi. Il professor Simone Ombuen, del comitato scientifico di Corviale Domani, ha usato una parola precisa: interdipendenze. I cantieri energetici, quelli strutturali, quelli sociali non possono procedere come binari paralleli che non si incrociano mai. Serve una regia. Serve qualcuno che tenga insieme i fili. Finora, ha ammesso il consigliere Valeriani, “è mancata una sufficiente assunzione di responsabilità politica”.
Corviale è diventato negli anni un caso di studio, un simbolo, una metafora. Ma per le migliaia di persone che ci vivono – famiglie, anziani, bambini che crescono all’ombra di quel chilometro di cemento – non è una metafora. È casa.