I “rider” dividono sindacati e lavoratori

Analisi di una professione in forte crescita, emblematica della transizione in atto anche nel mondo del lavoro

(immagine repertorio)

Sono circa 3mila i rider che hanno accettato di sottoscrivere il nuovo contratto da lavoratori subordinati con i quali la piattaforma Just Eat ha deciso di assumere da ora in poi gran parte dei propri fattorini (il 35 per cento continuerà a lavorare con contratti a tempo determinato, di somministrazione o intermittenti). Il dato è emerso nel corso del tavolo periodico tra sindacati e azienda, che ha proprio lo scopo di valutare quantitativamente e qualitativamente gli effetti del nuovo contratto.

L’accordo siglato lo scorso 29 marzo tra l’azienda danese delle consegne di cibo a domicilio e Filt Cgil, Fit Cisl e Uil Trasporti prevede, attraverso un accordo integrativo, l’estensione del contratto nazionale della logistica ai rider, adattandolo alle particolarità del settore. In particolare, oltre all’ipotesi di lavoro a tempo pieno (40 ore settimanali) sono previste tre ipotesi d’impiego part-time (10, 20 e 30 ora a settimana).

In tremila accolgono l’accordo integrativo di Just Eat, ma non tutti sono soddisfatti.

L’intesa – sostenuta anche da diversi collettivi autonomi di rider – è stata accolta da molti come un successo, ma non tutti sono soddisfatti. Con la pandemia il settore ha avuto un boom straordinario: se fino al 2019 si stimava che i rider in Italia fossero 10mila, oggi, secondo stime non ufficiali, i numeri sarebbero sestuplicati. È proprio questo uno dei fattori che ha spinto a cercare di regolamentare il settore.

Nel 2019 una sentenza della Corte di Appello di Torino, confermata a inizio 2020 dalla Cassazione, ha sancito che i rider sono lavoratori etero-organizzati e per questo deve essere loro applicata la norma prevista dal Jobs Act che all’articolo 2 stabilisce che si applichi “la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche qualora le modalità di esecuzione della prestazione siano organizzate mediante piattaforme digitali”. I rider devono essere lavoratori dipendenti.

Nonostante accordi e sentenze continua la prassi della collaborazione occasionale. 

Nonostante la sentenza,  è continuata la prassi di inquadrare i rider come collaboratori occasionali, senza alcuna garanzia e con un pagamento a cottimo basato sul numero di consegne. Per evitare questa situazione nel 2019 l’allora governo Conte 1 (Luigi Di Maio ministro del Lavoro) fece approvare un decreto con il quale fu introdotto un altro principio: in mancanza di accordi collettivi i rider “non possono essere retribuiti in base alle consegne effettuate e ai medesimi lavoratori deve essere garantito un compenso minimo orario parametrato ai minimi tabellari di contratti nazionali di settori affini o equivalenti”.La norma è efficace dall’autunno del 2020. Allora perché la maggior parte di loro continua a non essere inquadrata come dipendente e i pagamenti continuano ad essere a cottimo? Andiamo con ordine.

Come dicevamo, infatti, non tutti sono soddisfatti. Fuori dai sindacati in tanti hanno vissuto l’accordo come fumo negli occhi. Emanuela, romana di 37 anni, lavora per due piattafome, Just Eat e Deliveroo, un doppio lavoro che con il nuovo contratto non sarebbe possibile. “Mi hanno già chiamato 12 volte per propormi di firmarlo, ma io non lo farò mai, voglio rimanere autonoma”. Emanuela gestisce un gruppo WhatsApp di oltre 100 rider capitolini che la pensano come lei.

Il sindacato Ugl propone contratto che tutela il rapporto autonomo che consente di lavorare anche per più piattaforme.

La sua linea è già realtà grazie ad un altro contratto firmato lo scorso autunno (proprio quando il provvedimento sul divieto di cottimo diventava efficace) dal sindacato Ugl con Assodelivery – l’associazione datoriale che con l’eccezione di JustEat comprende tutte le principali piattaforme –. Il contratto ha avuto lo scopo esplicito di superare attraverso un accordo tra le parti le regole previste dalla legge, offrendo alcune tutele ai rider, ma stabilendo la natura autonoma del rapporto di lavoro e prevedendo un pagamento basato su numero delle consegne e tempo necessario per effetturale. La normativa (sia l’articolo 2 che imporebbe di inquadrare i rider come lavoratori dipendenti sia il divieto di cottimo introdotto dal Conte 1) infatti prevede una deroga in caso di accordo tra sindacati e aziende.

È con questo contratto che attualmente Emanuela lavora sia per Just Eat sia per Deliveroo, ed è a queste regole che non vuole rinunciare. Mentre parliamo la rider sta effettuando una consegna: “Con questo presunto pagamento a cottimo – ci dice – riesco a guadagnare molto di più di quello che prenderei come dipendente per questa consegna che sto facendo, 1,4 chilometri di distanza, prenderò 6,3 euro, mentre per quattro chilometri prima ho preso 13 euro e le consegne posso farle anche in auto cosa che l’intesa dei sindacati con  JustEat impedisce”.

Sono in molti a scegliere di guadagnare di più, piuttosto che avere maggiori garanzie.

Secondo la rider insomma senza garanzie si guadagna molto di più. “Ieri sera – prosegue – in due ore ho fatto 58 euro e negli ultimi dieci giorni 769 euro”. D’altronde si sa che di fronte a maggiori garanzie a contenuto assicurativo (ferie, malattia, tredicesime etc) le paghe si riducano. Ma per Emanuela un po’ troppo.

Il contratto Just Eat-sindacati prevede una paga oraria di 8,5 euro l’ora – “che – dice la rider – diventano 6,3 netti” – a cui vanno aggiunti le premialità per consegna (0,25 euro fino a 250 consegne al mese e 0,50 dalla 251esima) e i rimborsi (0,15 euro per chilometro in scooter o moto e 0,06 euro in bicicletta). In pratica è molto difficile anche lavorando full time arrivare alla fine del mese con più di 1.100 euro in tasca (cifre che si assottigliano ulteriormente con i part-time). “A questo punto – dice Emanuela – essere autonomi è meglio, almeno uno decide quando e quanto lavorare”.

La maggioranza dei rider di Just Eat comunque ha deciso di accettare la proposta. Come dicevamo all’inizio i nuovi contratti siglati sono già 3mila a fronte di un obiettivo aziendale di 4mila. Come dimostra la storia di Emanuela i critici però non mancano. In uno scontro paradigmatico fra teorici della libertà del lavoro autonomo e supporter delle garanzie della subordinazione. Uno scontro che ha anche diviso il fronte sindacale: da un lato l’Ugl dall’altra Cgil, Cisl e Uil.

Una soluzione giusta, dunque, sembra non esserci anche perché l’universo rider è quanto mai eterogeneo: studenti universitari ai quali le piattaforme offrono un “lavoretto” d’affiancare agli studi, padri di famiglia che arrotondano lo stipendio, ma anche richiedenti asilo e lavoratori più anziani per i quali le consegne sono l’unica fonte di redditto. Per adesso, comunque, solo Just Eat ha deciso di firmare l’accordo con i sindacati, ma la situazione è in continua evoluzione.

 

 

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