Il made in Italy corre forte, nella giornata nazionale della manifattura tricolore. Il Registro speciale dei Marchi Storici di Interesse Nazionale ha raggiunto il traguardo dei 1000 Marchi Storici iscritti: un ecosistema composto da 780 imprese titolari che generano un volume d’affari complessivo di 93,6 miliardi di euro e garantiscono l’occupazione di 363.201 addetti.
È quanto emerge dal rapporto “L’Italia dei 1000 Marchi Storici di Interesse Nazionale. Numeri, territori e prospettive di un patrimonio industriale del Made in Italy”, presentato a Palazzo Piacentini in occasione della Giornata del Made in Italy, alla presenza del Ministro Adolfo Urso. L’evento è stato anche l’occasione per illustrare il nuovo strumento finanziario introdotto con la riforma del Fondo Salvaguardia Imprese, pilastro della nuova strategia della crescita e del consolidamento delle imprese Marchio Storico di Interesse Nazionale.
“Celebriamo oggi il lavoro di generazioni di imprenditori che hanno contribuito a costruire l’identità economica e manifatturiera del nostro Paese. Un traguardo significativo aver raggiunto i Mille Marchi Storici di Interesse Nazionale. Un risultato che, peraltro, giunge a ridosso della Giornata nazionale del Made in Italy 2026 e ne rafforza il valore”, ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. “Parliamo, dunque, di un traguardo che va oltre il valore simbolico e conferma la vitalità del nostro patrimonio industriale e manifatturiero, capace di coniugare tradizione, qualità, innovazione e competitività, dimostrando come la storia produttiva italiana non sia un retaggio del passato, ma una leva strategica per affrontare le sfide di un contesto globale sempre più complesso”.
La distribuzione regionale conferma la forza dei poli manifatturieri del Nord: la Lombardia guida la classifica per fatturato (49,1%) e numero di marchi (28,3%), seguita da Veneto (14,2%) e Piemonte (12,9%). Emerge tuttavia un radicamento profondo in tutto il Paese, con sistemi regionali come l’Emilia-Romagna, il Veneto e la Toscana che mostrano un’incidenza delle “4 A” vicina o superiore all’80%. Sotto il profilo settoriale, il Registro ha una natura strutturalmente industriale: l’88% delle imprese opera nel manifatturiero, dove l’Agroalimentare (44% del totale) e l’Automazione-Meccanica (25%) mantengono il ruolo di pilastri economici e numerici.
Eppure ci sono diverse ombre. Il Made in Italy attrae sì le nuove generazioni, ma deve evolversi e diventare più meritocratico. È quanto è emerso dallo studio commissionato da Made in Italy community a Tp Infinity, condotto all’inizio dell’anno su un campione di mille consumatori italiani e 800 esteri. La parte nazionale dell’indagine mostra che lavorare in un’azienda che produce Made in Italy è considerato stimolante dal 79% del campione ed è motivo di orgoglio sociale e familiare per il 92%. Accanto a questo riconoscimento, emerge però una richiesta di modernizzazione. Le leve ritenute più efficaci sono stipendi più competitivi (40%), meritocrazia (37%), reali percorsi di crescita (33%) e un collegamento più strutturato con scuole, università e Its (28%).
In termini generali, il modello Made in Italy convince più in patria che all’estero. E poi c’è l’italian sounding. Proprio oggi Alfonso Pecoraro Scanio, presidente della Fondazione UniVerde, promotore della rete EcoDigital ed ex Ministro dell’Ambiente e dell’Agricoltura, ha spiegato “il fenomeno dell”italian sounding vale oltre 120 miliardi di dollari l’anno nel mondo, come evidenziato da Coldiretti. Una quota significativa si concentra negli Stati Uniti, dove politiche protezionistiche e dazi sui prodotti autentici italiani finiscono per favorire il mercato del falso” ha dichiarato. Pecoraro Scanio ha ricordato di aver coniato il termine “agropirateria” durante il suo mandato da ministro dell’Agricoltura “per denunciare un fenomeno che oggi è ancora più grave e diffuso”, ribadendo la necessità di “intervenire con maggiore determinazione contro chi attacca il valore e l’identità del nostro agroalimentare”.