Lavoro: Confesercenti, nel Lazio mancano 30 mila baristi e camerieri

II lockdown ha creato molte incertezze: tantissimi ragazzi si sono allontanati da questa professione. Il reddito di cittadinanza e la Naspi disincentivano ad accettare proposte di lavoro

Trentamila. Secondo i dati di Fiepet Confesercenti è questo i1 numero gli addetti alla ristorazione che manca all’appello nel Lazio, tra camerieri, banconisti, baristi e addetti vari. “La carenza è dovuta a due motivi principali”, spiega a ‘La Repubblica’ Claudio Pica, presidente di Fiepet Confesercenti Roma.

“Prima di tutto la lunga pandemia: in parecchi sono usciti dal settore per andare in altri che sembravano offrire maggiori certezze (artigianato, industria, servizi, gare d’appalto, c’è persino chi ha chiuso l’attività ed è andato a lavorare per le Ferrovie). C’è anche chi è riuscito a farsi licenziare dalla cassa integrazione”, continua Pica, “cosa che consente l’accesso alla Naspi (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego, un’indennità mensile di disoccupazione, ndr), e dunque a due anni di stipendio garantiti. Un altro problema”, conclude, “è il reddito di cittadinanza. Tantissimi preferiscono questo a un impiego, poi arrotondano con qualche lavoretto in nero, arrivando così a 1.300-1.400 euro al mese lavorando pochissimo”.

Della stessa opinione Gastone Pierini, patron del Moma, ristorante a 1 Stella Michelin che si trova all’angolo tra via San Basilio e via Bissolati: “II lockdown ha creato molte incertezze: tantissimi ragazzi si sono allontanati da questa professione ed è un peccato. Si tratta di un lavoro bello, che regala soddisfazioni, che si può fare in qualunque parte del mondo. Credo che in maniera negativa abbia influito il reddito di cittadinanza: troppi preferiscono percepire 700-800 euro e non fare niente, piuttosto che lavorare. Ma questo non è possibile per dei ragazzi giovani, che si potrebbero costruire un futuro con un lavoro che genera amore e passione”.

Anche per Achille Di Carlo, direttore generale della catena di alberghi Pavilions Hotel che al loro interno ospitano ristoranti, come il The First di via del Vantaggio dove ha sede il ristorante Acquolina, “la situazione è drammatica”, spiega a ‘La Repubblica’. “E il problema sono reddito di cittadinanza e Naspi. Le aziende serie che non fanno nero – rileva – non sono competitive a livello di salario: chi si presenta per un colloquio fa capire di preferire il nero. I trentenni vivono alla giornata, non pensano ai contributi, al momento in cui andranno in pensione, preferiscono il nero”.

Un modo per uscire potrebbe essere quello di stringere accordi con gli Istituti Alberghieri, “con l’alternanza scuola-lavoro”, dice Pica, “in modo da formare veramente ed avere delle persone che escono dal quinquennio e sanno cosa fare e come farlo”.

C’è anche il problema dei centro per l’impiego, che “non incrocia i dati tra domanda e offerta”. Il problema più grande tuttavia resta, secondo Pica, quello dei ragazzi che non hanno più voglia di lavorare o sacrificarsi: “Ad agosto nel mio bar, gelateria, ristorante, che si chiama Pica e si trova vicino al ministero della Giustizia, ho preso in prova una ragazza, quattro ore di lavoro, che poi mi ha mandato un messaggio la sera dicendo ‘Non fa per me, ho lavorato troppo, mi sento i piedi ‘affranti’, mi avete perfino fatto innaffiare le piante’. E così è difficile, tra chi non ha voglia di lavorare e chi non si trova: Ciampini di Cola di Rienzo la settimana scorsa non trovava tre persone”.

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