Lazio, l’agricoltura alla sfida del cambiamento

Il settore vale più di due miliardi l'anno ed è in forte crescita. Per Granieri di Coldiretti ci sono tutti gli elementi per un futuro roseo. Con meno burocrazia e maggiore facilità di accesso al credito.

Mercato Coldiretti al Circo Massimo
Mercato Coldiretti al Circo Massimo

Quasi due miliardi di euro l’anno. A tanto ammonta il giro d’affari dell’agricoltura nella regione Lazio. La cifra è pari all’1,2% del prodotto interno lordo locale e, secondo l’Istat, è in aumento del 8,8 per cento con un impatto occupazionale di tutto rispetto. Il dato dell’ultima rilevazione statistica (2015) descrive solo in parte la realtà rurale del Lazio che, secondo Bankitalia, negli ultimi cinque anni ha visto lievitare del 9,8% il numero di occupati per un totale di quasi 148mila aziende.

Nonostante Roma sia il più rilevante centro politico-amministrativo del Paese, l’agricoltura mantiene nel Lazio un peso rilevante grazie anche all’attenzione sempre più elevata per i prodotti a Km zero. Secondo quanto riferisce Coldiretti, nel 2017 la spesa di prodotti agricoli in prossimità dei centri urbani è aumentata del 20 per cento. Merito anche dello sviluppo dei mercati laziali di Campagna Amica, che, nel 2017, hanno fatto registrare un incremento del 20% con un volume di affari per le aziende che sfiora i 98 milioni di euro.

“E’ in atto un cambiamento culturale: i consumatori premiano la qualità, vogliono trovare specialità locali, prodotti freschi, a chilometro zero e di origine italiana garantita. Questa tendenza favorisce la nostra agricoltura, protegge l’ambiente e riduce gli sprechi, le frodi e le speculazioni” spiega David Granieri, presidente Coldiretti Lazio, che evidenzia come negli ultimi anni l’agricoltura regionale stia attraversando una fase di grande cambiamento.

Il motivo?

L’innovazione tecnologica, ma anche i passaggi generazionali, nonché un nuovo modo di intendere le aziende agricole, sempre più sintesi fra produzione e servizi di accoglienza. Non a caso, del resto, fioriscono nuove imprese. “Gli ultimi insediamenti con contributi regionali sono stati pari a 1100 unità. Si tratta di progetti interessanti e innovativi che, nel 50% dei casi, sono stati presentati da soggetti laureati” riprende Granieri. Segno che l’agricoltura nel Lazio sta cambiando pelle. Non si tratta più solo della piccola azienda familiare che produce per il territorio, ma di un’impresa più complessa la cui attività s’intreccia con l’enogastronomia, l’agroalimentare e con il turismo. “Del resto sono questi gli unici settore che, secondo me, il Paese può sfruttare per ripartire e generare occupazione – prosegue – Mi si può anche accusare di tirare acqua al mio mulino. Ma sono convinto che Roma, il Lazio e più in generale l’Italia abbiano davanti una grande opportunità che viene dal territorio”.

Per coglierla al volo c’è però bisogno di uno sforzo delle istituzioni. “Il primo problema che devono affrontare gli imprenditori agricoli è la burocrazia sia a livello regionale che nazionale. Troppe regole, meccanismi complessi e lungaggini amministrative fanno si che il settore non riesca a trovare il giusto slancio per star dietro alle esigenze del mercato” precisa. Detta in altri termini, se un’impresa ha un progetto di investimento da portare a termine nel giro di pochi mesi, non può certo attendere anni per ottenere le autorizzazioni del caso o i finanziamenti eventualmente richiesti.

Le aziende, anche quelle agricole, devono correre dietro agli aggiustamenti della domanda senza esitare. “Non serve a nulla una risposta dopo due anni. Per un’impresa è un tempo biblico perché in quel lasso temporale possono essere cambiate molte cose”. La questione non è da poco neanche in agricoltura perché oggi più che mai l’innovazione è centrale. Per avere un’idea del cambiamento che il settore sta attraversando, basta forse guardare all’esempio degli Stati Uniti dove ormai spopolano le fattorie dove il consumatore finale può acquistare il prodotto ancora in via di semina, osservarlo crescere via webcam ed infine vedersi recapitare il “suo” prodotto agricolo. E’ un mondo completamente diverso rispetto all’agricoltura che fino ad oggi ha dominato la cultura italiana. Ma per realizzare le innovazioni servono capitali.

Ed è proprio questo un tema da sempre doloroso per l’agricoltura italiana, forse più che per gli altri settori dell’economia. A differenza di altri Paesi dove il credito agricolo ha dato vita a colossi bancari, in Italia l’agricoltura, caratterizzata da piccole e piccolissime imprese, è rimasta una sorta di Cenerentola del sistema produttivo. Anche a dispetto del fatto che il cibo italiano sia indiscusso protagonista delle tavole di mezzo mondo.

“Il fondo di garanzia del Mise garantisce la possibilità di accesso al credito soprattutto per le nuove aziende. Ma oggettivamente la questione della facilità nel reperire finanziamenti rappresenta una delle maggiori problematiche di un settore che potrebbe dare grandi soddisfazioni se opportunamente coniugato con turismo ed agroalimentare” conclude Granieri.

Di qui l’appello alle forze politiche per un impegno costante che favorisca la tendenza di un ritorno alla terra più consapevole rispetto al passato. Con la certezza che la diversità di colture espressa nel nostro Paese, riversata nell’enogastronomia gastronomia e coniugata con la bellezza dei territori non trova eguali nel mondo.

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