Milano sempre più lontana

Mentre Roma sta annaspando, Milano continua a lavorare. E bene. Dopo la firma del "Patto per Milano" e del "Patto per la Lombardia", la metropolitana arriverà fino alle porte di Monza

Articolo uscito sul Primo Numero della Newsletter “Osservatorio sulla Capitale”

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Intanto a Milano si lavora. E si fa lavorare. Dopo la firma del “Patto per Milano” e del Patto per la Lombardia”, due accordi approvati con rapidità non consueta, a Milano arriveranno le risorse per allungare fino alle porte di Monza, e precisamente fino in via Bettola, la Linea 1, quella “rossa” – che parte dalla periferia Sud-Ovest e attraversa il centro storico – della Metropolitana Milanese, società controllata dal Comune di Milano; e per allungare a sua volta fino alla Villa Reale di Monza la linea M5, quella “lilla”, controllata dalla Ferrovie dello Stato.

Il gap con Roma, insomma, è destinato a crescere sempre più, contrapponendo all’inefficienza dell’apparato pubblico romano la lunga storia di buona gestione delle aziende pubbliche lombarde dall’Atm, alla Sea, alla Metropolitana Milanese.

“Qui a Milano c’è un management pubblico di livello professionale molto qualificato. Si può parlare di ecosistema manageriale positivo, direi”, si schermisce Davide Corritore, presidente operativo della Metropolitana Milanese, per non parlare soltanto di sé.

Ma è giusto farlo, perché questo signore ha una lunga storia: a neanche 40 anni venne scelto dal colosso tedesco Deutsche Bank per gestire una delle società di fondi comuni più innovative d’Italia, Finanza & Futuro; poi è stato amministratore delegato della società di sondaggi Swg, poi ancora consulente del governo croato (sua madre è croata) sulla finanza pubblica, mettendo a frutto l’esperienza maturata a Palazzo Chigi come consigliere economico del presidente del Consiglio nel governo D’Alema. Insomma, a 59 anni l’esperienza non gli manca.

 

E dunque è questo – un problema di managerialità – secondo lei il male oscuro di Roma, anche sul fronte delle metropolitane?

“In realtà credo che a Roma ci vorrebbe un punto e a capo, che per ora manca. Ma non voglio dar lezioni a nessuno. La città è sempre stata al centro dell’attenzione dal punto di vista della rappresentanza politica, ma non da quello delle scelte di governo. A Milano è andata assai meglio”.

 

Corritore, in una fase storica di stallo delle grandi opere, e di scandali, la MM ha continuato a progettare e costruire. Chiudendo i bilanci in attivo. Come ha fatto?

“Facciamo parte di quello che mi piace definire il ‘sistema Milano’ che ha caratteristiche particolari, un’area ricca di grandi eventi e di servizi e investimenti pubblici, compresa l’Expo. In questo ecosistema si è indubbiamente avuta negli anni una gestione sempre più efficiente di MM, con un incremento dell’ebitda del 50% dal 2012 ad oggi. Ci siamo riusciti anche sperimentando un nuovo modello, di cui oggi MM è il centro: siamo diventati, cioè, una società multiservice, evolvendo rispetto alla base storica, quella legata alla progettazione delle linee metropolitane. Oggi gestiamo anche tutto il settore idrico milanese, per il quale oltretutto gestiamo un piano di investimenti pluriennali da oltre un miliardo, e le case popolari del Comune di Milano, che sono oltre trentamila”.

 

Cosa c’entrano l’una con l’altra attività così diverse?

“Sono tutti imperniati sulla stessa capacità di progettazione e gestione di servizi a rete con una pluralità di utilizzatori. Gestione delle acque significa, ad esempio,  gestione ingegneristica del servizio idrico. La manutenzione, ordinaria e straordinaria, delle case popolari idem. Il denominatore comune è il know how ingegneristico che viene applicato in diversi settori e a diversi processi. Quando il Comune ha deciso di affidarci la gestione delle case popolari, abbiamo creato al nostro interno una vera e propria start-up che oggi fa fronte a quest’esigenza con una squadra molto affiatata di appena 260 persone, un record a fronte di 30 mila alloggi. Si è creato un sistema, e si è messo a punto un metodo,  per cui questo modello può essere ulteriormente espanso in futuro, creando economie di scala maggiori e riducendo i costi”.

 

Economie di scala?

“Pensi ai contact-center: esiste da tempo per i rapporti con gli inquilini, naturale utilizzarlo anche per i servizi idrici. Dando più qualità al rapporto con gli utenti: per esempio informandoli in tempo reale sull’andamento e i tempi degli interventi di manutenzione. Ci sono molti margini di efficienza nel servizio dal punto di vista degli utenti e nei costi dal nostro punto di vista. Abbiamo un costo di produzione basso: perché l’ingegnerizzazione non è tanto un sapere tecnico ma soprattutto una competenza gestionale sistemica”.

 

Quindi, sarebbe un errore privatizzarvi, a rischio di rompere il giocattolo?

“Non ho mai avuto alcun furore ideologico, di alcun segno, in materia: né quella della preferibilità del privato sul pubblico, né quella opposta. Ho un’altra ideologia: quella dell’efficienza contro quella dell’inefficienza. Una certa impostazione del dibattito sulle privatizzazioni è sbagliata come quella sui costi della politica, è fuorviante. La domanda vera sarebbe sugli effetti della politica: sono positivi o no? Comunque, nelle aziende pubbliche milanesi il management è di qualità, e il suo lavoro rende”.

 

Parliamo di ciò che non va: i disagi legati ai cantieri delle nuove linee metropolitane, ad esempio!

“Certo, i disagi ci sono. La linea 4, poi, ha un tracciato particolare: taglia in due la città… Ma stiamo tenendo informati e coinvolti i cittadini delle aree in cui si va a scavare affinchè siano preparati su ciò che accadrà nel loro quartieri e possano, se non altro, organizzarsi al meglio. Apriamo i cantieri alla visita dei cittadini, cerchiamo di coinvolgerli nell’attesa positiva che c’è. In questo, però, siamo agevolati da una tradizione positiva: consideri che negli Anni Sessanta i cittadini festeggiavano in tutte le stazioni che venivano aperte… questo è un territorio che ha una tradizione di realizzazione delle opere, non di lungaggini e insabbiamenti. Qui si progetta, si costruisce, si consegna…le cose si fanno. Non prescindendo da politica ma superandone le divisioni… In fondo è una storia in cui ognuno ha dato un pezzo di sé”.

 

Tocchiamo anche l’altro tasto dolente, che scandisce spesso le vicende delle grandi opere pubbliche, e in questo Milano, col caso Expo, non ha fatto eccezione: la corruzione.

“Guardi, questa è una città fondamentalmente riformista. Il tasso di corruttela e inefficienza, rispetto a quel che si spende di denaro pubblico, è minimo. Questo vale anche per l’Expo: se confrontiamo ciò che a un certo punto è sembrato con quel che i dati ufficiali oggi dimostrano, non c’è stato nulla. E’ una città che ha in sé un forte principio di competizione e cambiamento. Il sistema ha forti anticorpi”.

 

Ok, ma in concreto?

“Una chiave di volta è la gestione degli appalti: deve essere, e da noi è, un processo condiviso. Il momento cruciale è quando un appalto nasce, quando ne viene scritto il bando. Se il processo è vastamente condiviso, si aggiunge una forte deterrenza contro chi volesse approfittarne. Quando hai un collettivo che gestisce il processo di formazione di ogni bando, tutte le componenti dell’azienda sono coinvolte. A me piace l’idea del processo-appalti, non dell’ufficio-appalti. Tanti occhi su una stessa partita sono il miglior deterrente”.

 

Parliamo d’altro:è vostro il progetto della Metropolitana di Napoli. Com’è andata?

“Non è solo nostro, ma abbiamo partecipato al suo sviluppo e abbiamo trovato una grandissima collaborazione, e le cose andate bene. Devo dire che siamo entrati in campo con un ruolo tecnico preciso che ci è stato riconosciuto, si voleva realizzare una metropolitana non solo che funzionasse, ma che fosse anche bella, e direi che ci siamo riusciti. Un approccio esportabile: stiamo partecipando alla progettazione di altre metro nel mondo, secondo questa impostazione”.

 

Infine: lei è originariamente un manager finanziario. La cosa le è utile in questo ruolo di direzione generale?

“Sapere di finanza è molto utile. Ne provengo io, ma anche Pietro Modiano in Sea, Bruno Rota in Atm. Noi, ad esempio, abbiamo emesso bond quotati per 100 milioni, per il 50% sottoscritti da investitori stranieri e anche Sea lo farà. Praticare la finanza abitua a dover ottenere risultati al di là dei rischi. Forse la cultura finanziaria, al di là di saperi tecnicistici, qui è un atout”.

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