La netta affermazione dei no alla consultazione popolare sulla riforma della giustizia è una chiara risposta degli italiani a modifiche ‘’di parte’’ alla Costituzione. E di ciò Roma e il Lazio possono quasi vantarne il primato, con un’affluenza alle urne di oltre il 60 per cento al di sopra della media nazionale.
Come per altri referendum, escluso quello sul calo del numero dei parlamentari, anche questa volta è stata respinta una modifica alla Costituzione, che sarebbe stata solo a maggioranza. Mentre le regole della democrazia nel primo dopoguerra, avevano ricevuto il consenso di tutti i partiti. E quindi la Costituzione venne apprezzata soprattutto per essere completamente inclusiva, tenuto conto che avrebbero dovuto osservarla tutti i cittadini.
Invece la riforma della giustizia, o meglio della magistratura, del governo Meloni, è stata approvata a maggioranza dal Parlamento, senza accogliere alcun emendamento delle minoranze, come è avvenuto per molti altri provvedimenti, che però non ‘’colpivano’’ la Costituzione.
Cosicché il voto su questo referendum è stato anche l’occasione per molti romani e italiani per esprimere la contrarietà verso una gestione del Paese che ritiene di procedere senza tener conto delle minoranze come se la vittoria della maggioranza di destra-centro, uscita dalle ultime elezioni politiche, fosse una sorta di ‘’investitura’’ per governare il Paese.
All’inizio un certo decisionismo non aveva pesato, ma quando la situazione economica interna è peggiorata e le tensioni geopolitiche si sono aggravate, la presunzione di operare senza tener conto di alcuna mediazione con le rappresentanze di altre parti del Paese, è apparsa grave, e ha mobilitato anche una fetta di astensionisti storici, che ha prodotto un’affluenza straordinaria rispetto le altre consultazioni referendarie.
Questo ha dimostrato che le forti radici democratiche dei padri-fondatori della nostra Repubblica, sono ancora ben solide nelle nostre coscienze e comunque nella grande maggioranza del Paese.