Rifiuti: quanto il M5s di Roma diceva sì al termovalorizzatore di San Vittore

I pentastellati dicono no al termovalorizzatore voluto dal sindaco Gualtieri, ma ai tempi di Virginia Raggi erano a favore dell'ampliamento dell'impianto in provincia di Frosinone, dove confluiscono anche i rifiuti della Capitale

Termovalorizzatore “significa fumi inquinanti, scorie, ceneri”. Sono le parole utilizzate dal capo politico del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte per definire un impianto come quello che Gualtieri ha annunciato per Roma. Una definizione dell’inceneritore data da Conte appena dieci giorni fa quando i pentastellati non hanno votato in parlamento il decreto Aiuti proprio perché conteneva la norma sulla realizzazione dell’impianto da 600 mila tonnellate annue che sorgerà con ogni probabilità in un’area industriale a Santa Palomba nel Municipio IX. “Chi firmerà quella norma” fa l’ambientalista “con i giardini degli altri” ha anche detto Conte in quella occasione.

Il no del M5s sul punto, però, non è stato così sentito quando a Roma governava Virginia Raggi e a Frosinone comitati e associazioni alzavano picchetti contro l’ampliamento dell’inceneritore di San Vittore. Le tre linee dell’impianto, in provincia di Frosinone, nel quale confluiscono anche i rifiuti di Roma, dovrebbero dotarsi di una quarta linea nonostante le proteste dei comitati e dei comuni del territorio che da decenni maldigeriscono l’ingombrante presenza. Quella di San Vittore del Lazio, per i romani, e secondo la “nuova posizione ambientale” di Conte e dei M5s, sarebbe “il giardino di un altro” dove il termocombustore non solo è accettato ma va anche potenziato.

“Si fa fatica ancora a comprendere che il problema rifiuti di Roma va gestito, programmato e risolto e non semplicemente subìto o, peggio, ancora ignorato”, ha detto all’Agenzia Nova il sindaco di San Vittore del Lazio, Nadia Bucci. “Non si comprende perché ci si ostini a utilizzare un metro di valutazione della tutela dell’ambiente diverso a secondo dei territori nei quali viene calata. Ci si dimentica che i territori indipendentemente dai confini geografici sono popolati da cittadini che hanno i medesimi diritti da nord a sud. Per cui sarebbe meglio fermarsi a riflettere e mettere in dialogo tra loro le esigenze della collettività, quelle dell’ambiente sacrificando la risonanza politica”.

Un altro “giardino altrui” è la discarica di Roccasecca per la quale vale lo stesso discorso. Anzi, su questo argomento, il presidente dei pentastellati ha avuto un coinvolgimento pieno. Era il 2020 e Conte era presidente del Consiglio dei ministri quando, nonostante le sentenze del Tar a favore del comune di Roccasecca e il parere contrario del Ministero dei beni culturali, intervenne con un proprio decreto per permettere il prosieguo dell’utilizzo della discarica di Cerreto; sito in cui confluiva buona parte dei rifiuti capitolini. Il presidente del consiglio Conte, sull’argomento intervenne due volte “la prima – ricorda il sindaco di Roccasecca Giuseppe Sacco – quando fissò il limite di innalzamento della discarica a 10 metri, poi quando intervenne nuovamente con una delibera del consiglio dei ministri per revocare il precedente provvedimento, ristabilendo il limite, come da progetto di sovraelevazione originario a 16 metri. Deliberazione assunte in deroga al diniego espresso dal Mibact”.

Precisa ancora Sacco che, a partire dalla primavera del 2020, ogni giorno, e per diversi mesi, ha fatto partire dal comune di Roccaseccca, una lettera indirizzata al presidente del consiglio chiedendogli spiegazioni legali per quella forzatura che aveva garantito il prosieguo dell’attività della discarica. “Con quella delibera – ha detto Sacco – ha permesso che i rifiuti di Roma continuassero a confluire a Roccasecca per un altro anno”. Un anno dopo la procura di Roma ha arrestato il titolare del sito, Walter Lozza e la dirigente regionale Flaminia Tosini che aveva seguito gli iter di approvazione dei vari invasi.

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