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Roma, c’era una volta lo sharing pubblico delle biciclette. Breve storia di un fallimento

Da Veltroni a Gualtieri, passando per Alemanno. Quando il comune non riesce gestire la mobilità condivisa

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Lime, Bird, Dott. Ma forse anche altre società che in futuro si aggiudicheranno i servizi in sharing di biciclette e monopattini. I giovani e i giovanissimi sono cresciuti con la mobilità condivisa nelle mani di soggetti privati con cui interagire tramite app e smartphone.
Quello che i “pischelli” non possono ricordare, a meno che gli venga raccontato, è che Roma meno di vent’anni fa c’era uno sharing di bici a gestione pubblica con un sistema un po’ vintage di tessere magnetiche e postazioni fisse.

L’idea del bike sharing pubblico nasce durante l’amministrazione di Walter Veltroni, nel pieno della diffusione di questo modello nelle grandi città europee. Tra il 2007 e il 2008 il Campidoglio decide di puntare su un sistema a postazioni fisse, con biciclette prelevabili e riconsegnabili presso apposite stazioni distribuite nel centro storico. Il progetto viene affidato alla società spagnola Cemusa, che avrebbe finanziato gran parte del servizio attraverso la gestione di impianti pubblicitari, limitando così l’impatto sulle casse comunali.
Veltroni, tuttavia, lascia il Campidoglio nel febbraio 2008 per candidarsi alle elezioni politiche e non arriva mai a inaugurare il servizio. Le prime biciclette entrano infatti in funzione il 12 giugno 2008, quando sindaco è già Gianni Alemanno.

È proprio durante la giunta Alemanno che il progetto inizia a cambiare direzione. Il contratto con Cemusa era stato concepito come una sperimentazione di sei mesi, al termine della quale il Comune avrebbe dovuto decidere se rendere stabile il modello o bandire una nuova gara. Quella scelta, però, non arriva. Dopo alcuni mesi di proroga e una lunga trattativa senza esito, nel marzo 2009 Cemusa annuncia la sospensione del servizio, lamentando l’assenza di una decisione definitiva da parte del Campidoglio.

La risposta dell’amministrazione arriva poche settimane dopo con la deliberazione della Giunta comunale n. 112 del 16 aprile 2009, un provvedimento che segna di fatto la svolta nella storia del bike sharing romano. Il Comune interrompe il rapporto con Cemusa e decide di affidare la gestione del servizio ad ATAC, abbandonando il modello originario basato sulla sponsorizzazione pubblicitaria e scegliendo una gestione diretta da parte dell’azienda del trasporto pubblico.

Dal punto di vista politico, la decisione viene presentata come un modo per integrare maggiormente il bike sharing nel sistema della mobilità cittadina e riportarlo sotto il controllo pubblico. Nei fatti, però, il rilancio non arriva. La rete rimane limitata a poche decine di stazioni concentrate nel centro storico, la flotta non viene ampliata, aumentano i problemi di manutenzione, i furti e gli episodi di vandalismo, mentre il servizio continua a perdere utenti.

Negli anni successivi il bike sharing entra in una lenta fase di declino. Le biciclette funzionanti diminuiscono progressivamente, molte colonnine vengono disattivate e il servizio sopravvive senza un vero piano industriale. Il dibattito politico dell’epoca si concentra soprattutto sui costi di gestione: da una parte associazioni e comitati per la mobilità ciclistica chiedono di investire sul servizio, sostenendo che il suo fallimento sia dovuto al sottodimensionamento e alla mancanza di risorse; dall’altra l’amministrazione considera sempre più difficile giustificare gli investimenti necessari per mantenere in vita un sistema utilizzato da un numero limitato di cittadini.
L’epilogo arriva nel 2013, quando il bike sharing comunale, ormai gestito da Roma Servizi per la Mobilità, viene definitivamente chiuso. Le poche biciclette rimaste sono ormai insufficienti a garantire un servizio efficiente e molte stazioni risultano inutilizzabili. Si conclude così l’esperienza del primo e unico bike sharing pubblico della Capitale.

Le amministrazioni successive scelgono di non ricostruire più un sistema comunale. La giunta Marino concentra gli sforzi sullo sviluppo della mobilità ciclabile e delle piste, senza rilanciare il bike sharing. Con Virginia Raggi arriva invece l’apertura agli operatori privati della sharing mobility, grazie alla diffusione dei sistemi free floating, senza stazioni fisse, prima con biciclette e poi con monopattini elettrici. Una scelta confermata e consolidata dalla giunta Roberto Gualtieri, che ha definitivamente rinunciato all’ipotesi di un servizio comunale, limitandosi a regolamentare il mercato attraverso bandi e concessioni.

Oggi il Campidoglio non possiede né gestisce alcuna flotta di biciclette condivise. Il suo ruolo è quello di autorizzare e controllare gli operatori privati, fissando standard di servizio, obblighi di distribuzione dei mezzi e integrazione con il trasporto pubblico. Un modello, quello pubblico, che salvo incredibili sorprese non rivedremo a Roma per un bel po’.