Roma, tutti i rischi di un aumento delle tasse sul mattone

Gli investimenti stranieri potrebbero spostarsi all'estero cercando rendimenti certi sul medio periodo. Per gli operatori nulla pesa di più dell'incertezza politica su un settore già in difficoltà

Nuove tasse sul mattone? Niente di peggio per deprimere un settore che è già alla prese con la crisi del credito. Soprattutto a Roma, città che deve competere con capitali europee come Parigi o Madrid per accaparrarsi il denaro degli investitori internazionali. In tempi di risorse scarse peraltro la battaglia fra le città europee si fa più dura e l’incertezza italiana non aumenta certo l’appetibilità della Capitale. Fortunatamente oggi, secondo i dati di Assoimmobiliare, l’Italia può contare ancora su undici miliardi di investimenti nel real estate (dato 2017) con un forte impegno dei grandi capitali esteri (il 79% della somma). Ma domani, in un mondo globale, le cose potrebbero cambiare rapidamente. Soprattutto nel momento in cui si rischia che la crescita del pil italiano sia inferiore alle previsioni del governo e incombe lo spettro di una manovra bis da 19 miliardi prima dell’estate. Inevitabilmente questa possibilità richiama alla mente il suggerimento di Ocse e Fondo monetario internazionale al governo: una patrimoniale sugli immobili. Una mossa che può essere attuata in diverse modalità.

Nei palazzi romani si parla già di ipotesi di tagli lineari alle detrazioni sugli interessi passivi o, in alternativa, di un aumento delle imposte sul mattone che passi attraverso la revisione del catasto tanto sostenuta e mai realizzata dal governo di Matteo Renzi. In Parlamento poi circola anche un emendamento dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani che, con la scusa dell’accorpamento di Imu e Tasi, finirebbe con l’aumentare le aliquote massime nell’intento di racimolare un po’ di denaro in più per le dissestate casse degli enti locali. “Forse però alla politica non è chiaro che si sta giocando con il fuoco – spiega un grande investitore internazionale che preferisce celarsi dietro l’anonimato – alzare la tassazione nel real estate significa toccare gli interessi di piccoli risparmiatori e di grandi capitali facendo fuggire altrove gli investimenti. In un mercato globale è ormai indifferente per chi investe puntare su Roma o su Madrid. L’importante è il ritorno che si ottiene e la stabilità del rendimento sul medio periodo”.

La capitale sarebbe infatti la prima a fare le spese di una tassazione più pesante sul mattone. “Roma, oggi, è considerata con interesse da parte degli investitori e deve essere in grado di capitalizzare questa situazione attraendo a lungo termine denaro da destinare anche alla riqualificazione dei territori più periferici” ha spiegato il presidente di Assoimmobiliare, Silvia Rovere in occasione del tavolo per le opportunità nel real estate della Capitale. Ma se la tassazione aumentasse, i progetti di riqualificazione immobiliare come la Vecchia Fiera sulla Colombo o la stazione Tuscolana subirebbero un ulteriore rallentamento. Per non parlare del fatto che anche la valorizzazione di immobili di pregio, messa a punto attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, accuserebbe una battuta d’arresto sia nelle cessioni che nei rilanci di intere aree come quella dell’ex Dogana di San Lorenzo o dell’ex Caserma Guido Reni. L’aumento delle tasse sul mattone sarebbe insomma una batosta per Roma già alle prese con mille problematiche di riqualificazione urbana e giocherebbe a favore delle altre capitali europee. Non a caso secondo l’indagine recentemente pubblicata dalla società di real estate Cushman & Wakefield, mentre il mercato immobiliare aumenta di attrattività in tutto il mondo, in Italia invece si contrae. E Roma fa la parte della Cenerentola che perde posizioni rispetto a Milano, soprattutto negli uffici, settore in cui nel 2018 sono arrivati 1,6 miliardi di cui solo il 20% destinati alla Capitale (studio Cbre).

Ma le conseguenze dirette di un eventuale aumento della tassazione sul mattone non si fermano qui. Si rischierebbe anche l’appesantimento dei conti di banche, assicurazioni, enti di previdenza privati e persino dell’Inps i cui bilanci sono infarciti di real estate. Per non parlare del possibile peggioramento dello stato di salute dei costruttori laziali, già alle prese con le difficoltà di mercato testimoniate dalla crisi di Condotte, Astaldi, Acqua Marcia. “La verità è che gli investitori internazionali chiedono soprattutto stabilità per poter calcolare con certezza i propri rendimenti – conclude l’esperto – In Italia invece trovano incertezza come testimonia anche l’andamento volatile dello spread. Il continuo susseguirsi di indiscrezioni sulla politica fiscale per gli immobili italiani non fa altro che danneggiare il settore, i privati che vi operano, le tasche dei risparmiatori e persino le casse dello Stato. Sarebbe opportuno fare chiarezza sulle intenzioni una volta per tutte mettendo le basi per far ripartire il settore”. La Spagna lo ha fatto e quest’anno Madrid è entrata nella top five di Cushman & Wakefield della capitali europee preferite dagli investitori internazionali nel real estate. Al primo posto, manco a dirlo, c’è Parigi. Nessuna città italiana figura nell’elenco delle prime dieci preferenze. Un dato che la dice lunga sullo stato dell’arte.

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