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Mafia Capitale, è il giorno della sentenza

Intanto al comune di Roma è indagato il 40% dei dirigenti, 70 su 190 per i motivi più vari.

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di G.I. | 2017-07-20 20/07/2017 ore 10:09

(immagine di repertorio)

L’amministrazione comunale di Roma, capitale di Italia, è stata per anni sotto schiaffo di un clan di stampo mafioso che puntava ad aggiudicarsi appalti e commesse? Un quesito a cui daranno una risposta oggi i giudici della X sezione penale del Tribunale nel giorno della sentenza su Mafia Capitale.

Circa venti mesi di processo, centinaia di udienze e una mole di documenti impressionante con migliaia di intercettazioni depositate. I numeri di un processo che ha segnato la vita politica, amministrativa e giudiziaria degli ultimi anni. Ma che non è riuscito a scardinare ancora dai ‘palazzi romani’ il malaffare. Proprio di oggi, è, infatti, la notizia che al Comune di Roma ci sarebbero almeno 70 dirigenti sui 190 in organico indagati dalla magistratura per i motivi più vari. Sarebbe stata proprio l’attività della Procura e i maggiori controlli da parte del Comune a seguito dell’inchiesta su Mafia Capitale a portare a questa cifra, circa il 36,8 per cento del totale. Solo nell’ultimo periodo sarebbero arrivati 10 avvisi di garanzia ad altrettanti dirigenti del Campidoglio per fatti avvenuti circa 4-5 anni fa. Un certo numero di dirigenti sono stati trasferiti ad altro incarico perchè le mansioni che svolgevano erano collegate con il motivo dell’indagine a loro carico.
Il Comune di Roma dovrebbe contare, in realtà, su 240 dirigenti, in base all’organigramma, ma il fatto che ce ne siano solo 190 rende più lenta la macchina dell’amministrazione.

Tornando al processo Mafia Capitale, in totale sono quarantasei gli imputati che oggi attenderanno la decisione del tribunale presieduto da Rosanna Ianniello. Tra loro i presunti capi dell’organizzazione: l’ex terrorista nero Massimo Carminati e il ras delle cooperative Salvatore Buzzi.
Per il procuratore capo Giuseppe Pignatone, per l’aggiunto Paolo Ielo e per i sostituti Luca Tescaroli e Giuseppe Cascini, sono
loro due i personaggi apicali del clan che poteva contare su una serie di gregari e su un numero considerevole di politici locali
che erano, di fatto, al “libro paga” dell’organizzazione.

La sentenza potrebbe arrivare entro le prime ore del pomeriggio in un’aula bunker di Rebibbia che si annuncia gremita di giornalisti, cameraman e anche semplici curiosi. Ad attendere la pronuncia della corte anche troupe delle tv tedesche, polacche e inglesi. In totale per gli imputati la Procura ha sollecitato condanne per oltre cinque secoli di carcere.

Per Carminati i pm hanno chiesto una condanna a 28 anni di carcere e per Buzzi 26 anni e 3 mesi. I due imputati eccellenti
seguiranno il verdetto collegati in videoconferenza, il primo dal carcere di Parma dove e’ recluso in regime di 41 bis, il
secondo, detenuto a Tolmezzo. Secondo l’impianto accusatorio i vertici del gruppo potevano contare su una schiera di politici,
sia di destra che di sinistra. Tra loro l’ex capogruppo del Pdl in Comune Luca Gramazio, unico politico ancora accusato di
concorso in associazione mafiosa, per il quale sono stati chiesti 19 anni e mezzo. Per il presunto braccio destro di
Carminati, Riccardo Brugia, anch’egli un passato di estrema destra e rapine, sollecitata la condanna a 25 anni e 10 mesi; 22
anni invece per la ‘cerniera’ tra Mafia Capitale e il mondo politico-istituzionale, Fabrizio Testa. Tra le richieste di
condanna più alte anche quella a 21 anni per l’ex amministratore delegato di Ama, la municipalizzata dei rifiuti, Franco
Panzironi.

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© 2Media Srls - 2media@pec.it
Il Sito è iscritto nel Registro della Stampa del Tribunale di Roma n.10/2014 del 13/02/2014
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