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Venezia 74, giorno 6: Una Famiglia e Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

Presentato anche Thriller 3D diretto da John Landis e il documentario fiume Ex Libris – The New York Public Library

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di Chiara Laganà | 2018-01-8 4/09/2017 ore 17:54
(ultimo aggiornamento il 8 Gennaio 2018 alle ore 10:30)

Micaela Ramazzotti e Patrick Bruel protagonisti del duro Una famiglia, secondo film italiano in Concorso a Venezia 74

Dopo Virzì e la sua coppia Ella e John, il secondo film italiano in concorso a Venezia 74, Una Famiglia, porta sullo schermo un’altra coppia formata da Micaela Ramazzotti e Patrick Bruel, sempre in concorso oggi al Lido il cast del bellissimo Three Billboars in Edding, Missouri, diretto dall’irlandese Martin McDonagh. Presentati oggi anche i due documentari Thriller 3D ed Ex Libris – The New York Public Library.

Ex Libris – The New York Public Library di Frederick Wiseman è il primo film presentato in conferenza stampa, Wiseman ha così descritto il suo film: “Le biblioteche in America sono cambiate da quando ero giovane. Ricordo che andavo in biblioteca a prendere i libri. Ora le biblioteche offrono molto di più. Durante le riprese del film sono rimasto colpito nello scoprire la grande varietà di servizi, opportunità ed esperienze che le biblioteche forniscono a chiunque vi acceda”.

Una Famiglia

Sebastiano Riso dirige il secondo film italiano in concorso: Una Famiglia interpretato da Micaela Ramazzotti e Patrick Bruel. Una storia cruda, dura sul commercio illegale di bambini. Sebastiano Riso, al suo secondo film, si è ispirato a storie vere: “Ho ascoltato alcune interviste telefoniche sul traffico dei bambini, ma così i due personaggi rimanevano come delle persone fredde, io volevo raccontare la storia di una coppia. La coppia è al centro di Una Famiglia, ma il tema è comunque diverso, c’è per esempio Maria in cerca di libertà”.

Micaela Ramazzotti interpreta Maria, la donna perennemente incinta ma che non diventa mai madre compagna del perfido Vincent, quello della madre dolorosa o difficile non è un ruolo a cui è nuova l’attrice: “Queste madri le ho scelte, disgraziate, subalterne e io mi sento attratta da queste donne. Il cinema ti dà la possibilità di divergere queste donne: c’è chi non riesce a diventare madre, c’è chi lo vuole a tutti costi, Maria è una madre bambina e non riesce neanche a prendersi cura di se stessa, avvolta in questa giacca di panno di lana per darsi forza. È senza passato e il suo presente è questa relazione con Vincenza, il suo carceriere, fa parte di questo meccanismo, ma pensa già alla ribellione. Quando terminerà tutto il sesso, tutte le emozioni se ne libereremo. Sono dalla parte di queste donne, a me piacciono le antieroine”.

Dietro Una Famiglia c’è un lungo lavoro di ricerca: “Abbiamo studiato le ragioni del mercato nero dei bambini, la sceneggiatura è stato un lavoro complesso, non volevo fare un film sulle madri surrogate, il tema del film sono loro due e il loro rapporto morboso”. Riso voleva poi parlare della difficoltà delle adozioni in Italia: “Adottare è difficilissimo nel nostro Paese, non solo per gli omosessuali, i single non possono adottare e anche le coppie di una certa età”.

Da queste difficoltà “nasce” il mercato nero delle adozioni, dove esiste un listino prezzi a seconda del bambino prescelto, tutto raccontato nel duro film di Riso. “Devo ringraziare tutto il mio cast e gli sceneggiatori per avermi dato la maggior libertà possibile”.

L’attore e cantante francese Patrick Bruel interpreta il perfido Vincenzo al capo del racket dei bambini: “È la prima volta che recito in italiano e non sono doppiato. Ed è la prima volta che interpreto un personaggio così oscuro. Ho chiesto a Sebastiano perché me e perché questo ruolo. Mi ha spiegato tutto e sono toccato di aver preso parte a questo film, anche perché eravamo una vera famiglia. È bello poter vedere film con piccoli budget qui a Venezia”.

Micaela Ramazzotti è al secondo film con Sebastiano Riso: “È il regista più libero con cui abbia mai lavorato, mi sono sentita accolta e amata. Sognavo di fare un film del genere, ha colto qualcosa di me, il mio lato primitivo. La mia autostima era alle stelle, mi sentivo come Meryl Streep, poi tornavo a casa e rimettevo i piedi per terra”.

Al cento di Una Famiglia, una coppia gay che “acquista” un neonato, ma Sebastiano Riso non crede di fare polemica: “Non volevano edulcorare questa coppia omosessuale, è trattata con normalità. Mi sono chiesto cosa farei se fossi in una situazione simile”.

Al centro del film una famiglia: “Croce e delizia di questo Paese, c’è un bisogno fottuto di famiglia. C’è la famiglia formata da questa donna da sola, c’è la coppia gay, c’è la coppia di 40enni che non può più avere figli. Sono tutte famiglie non diamo nessun giudizio su questi nuclei familiari”, ha spiegato lo sceneggiatore Sebastiano Grasso.

“Una famiglia non è un film che parla di adozioni”, spiega l’altro sceneggiatore Andrea Cedrola, “Allo stesso modo 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni non è un film sull’aborto. È un film sul calvario delle donne durante la Romania comunista, questo film è sul calvario di tutti quelli che sono coinvolti nell’inferno delle adozioni”.

Micheal Jackson’s Thriller 3D

Nel 1983 John Landis diresse il video più iconico della storia quello di Thriller di Michael Jackson, fuori concorso al Lido il regista ha portato un making of del video. “Sono orgoglioso di averlo diretto e abbiamo sempre avuto l’idea di fare un making of, in più in 3D, sono felice di averlo ripulito. Nel processo di conversione ho dovuto mettere mano a ogni sequenza. Il video è migliorato, la sequenza di danza è migliorata, è davvero schifosamente meraviglioso. Mi dispiace solo che Michael non sia qui”.

Per John Branca quello di Thriller “è il più iconico della storia e ha al suo interno al sequenza di dance migliore mai realizzata, riportarlo al cinema sarà un’esperienza del tutto nuova”. La riscoperta di Thriller non fa parte però di nessun progetto nostalgia: “Ogni decade ha un problema con la nostalgia, oggi vanno di moda i mobili ‘mid century modern’, ma io e mia moglie abbiamo solo mobilia di legno, mentre i miei figli ne vanno matti. Ridurre Thriller agli anni ’80 è da stupidi, ne rappresenta l’essenza, ma riscopriamo questo video non per via di una nostalgia di quell’epoca”, spiega Landis.

Scomparso nel 2010, John Landis ricorda così la star del pop: “Aveva 24 anni nel 1983, ma sembrava che ne avesse 18. Michael voleva che tutto fosse perfetto, era un occhio professionista e si esibiva da quando aveva otto anni. Era come ogni attore con il quale ho lavorato, era gioioso e sembrava un bambino, senza essere infantile eppure non aveva mai avuto un’infanzia. Guardavamo insieme cartoni animati per ore, un giorno mia moglie ci sorprese e mi disse: È fantastico avere la star più famosa al mondo in libreria, ma sono le 4 del mattino e se ne deve andare”.

A Jackson, Landis non fece nessun provino: “Voleva un video in cui si trasformasse in un mostro, pur non amando i film horror. Non era un’idea di business, ma un video per celebrare la sua vanità. Thriller era il singolo che aveva più venduto nella storia non aveva bisogno di un video del genere, eppure dopo il videoclip le vendite si triplicarono”.

Landis diresse Jackson anche in Black or White, davanti al regista c’era un Michael diverso: “In Thriller era molto felice di lavorare con tutti, mentre in Black or White era più triste, non invidio per nulla quest’uomo”. Landis ha anche raccontato di quando andò a Disneyland con MJ ed è stato il momento in cui si è spaventato di più nella sua vita.

Thriller è ancora oggi il video più famoso della storia, eppure nel 1983 non poteva essere trasmesso su MTV: “MTV non trasmetteva video degli afroamericani, ma dopo che l’hanno trasmessa, è diventato quello più richiesto nella storia”, ha spiegato Branca.

Landis non sa ancora chi è oggi l’erede di MJ, ma è sicuro che il Michael Jackson del 1983 “era una persona gioviale, nulla di più diverso di Wacko Jacko, il Michael Jackson degli ultimi tempi”.

Three Billboards Outside Ebbing, Missouri – Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Fra gli applausi dei giornalisti entrano in conferenza stampa il regista e i protagonisti di Three Billboards in Edding, Missouri: Martin McDonagh, Frances McDormand, Sam Rockwell e Woody Harrelson. Commuovente, divertente Three Billboards in Edding, Missouri è uno dei film che ha coinvolto di più la stampa qui a Venezia.

“Funny and gloomy”, divertente e cupa, è stata definita la protagonista del film: “È quello che Martin fa alla perfezione, se ci pensi è così l’umanità stessa. Il personaggio era stato scritto così nella sceneggiatura: non c’era nessun progetto, era proprio stato ideato così, ho dovuto solo seguire il flusso ed è stato molto soddisfacente”.

Una delle gioie di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri è l’alchimia del cast: “Non abbiamo fatto molte prove, ci vedevamo solo una volta a settimana”, ha raccontato Sam Rockwell.

“Queste parti sono state scritte per noi – spiega la star del film Frances McDormand – ci siamo incontrati a New York, ma la comunità c’era già. Conoscevamo anche Peter Dinklage, siamo tutti attori con carriere avviate in teatro”.

Per Martin McDonagh questi sono i migliori attori su cui poteva puntare. Fra di loro spicca Sam Rockwell, splendido agente Dixon: “È la seconda volta che lavoriamo insieme”, l’attore parla di 7 psicopatici. “Mi sa che l’ho conosciuto 10 o 12 anni fa a Dublino in un bar e abbiamo sempre avuto la possibilità di fare insieme un’opera teatrale”.

Woody Harrelson, invece, si pentì di aver detto no a McDonagh quando gli propose The Pillowman: “Non avrei mai potuto immaginare che avrebbe ottenuto quel successo!”.

Sam Rockwell ha il personaggio che subisce il maggior cambiamento nel film: “Il mio personaggio ha una certa redenzione, è ispirato all’Andy Griffith Show e come diventa Taxi Driver, così l’ho creato”. Il razzismo non è solo nel Missouri: “C’è razzismo in Europa? C’è razzismo su Plutone?”, chiede Frances McDormand. “Non è ambientato in una città razzista, ma in una città con razzisti, ci sono anche dei dentisti… dei bambini”.

Per la sua Mildred, l’attrice si è in parte ispirata al ruolo che le valse l’Oscar, quello di Marge Gunderson in Fargo: “Penso che mi tormenterà finché muoio, sulla mia lapide voglio che ci sia scritto Marge Gunderson, ma secondo Mildred è una Marge un po’ cresciuta”.

L’attrice si è ispirata per il suo ruolo agli spaghetti western e a John Wayne: “La mia maggior ispirazione è stata John Wayne, non ne condivido le idee politiche, ma gli ho copiato la camminata, era un personaggio molto interessante seppur razzista”. Wayne a parte, McDormand ha ascoltato ad alcune donne e uomini che avevano perso dei figli: “Non c’è una parola per definire un genitore ch cha perso il figlio”.

Per il regista c’è umanità in ognuno dei personaggi di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri: “C’è umanità in ognuno dei personaggi, Mildred è un eroe e un antieroe allo stesso tempo. C’è anche dell’umanità nel personaggio di Sam, è un uomo buono nonostante tutto. Questi attori hanno fatto del loro meglio, per esempio la scena del sangue fra Woody e Frances è perfetta”.

Per l’attrice McDonagh segue molto i suoi attori: “Si rende conto che possiamo diventare esperti dei nostri ruoli”. “Anche se non eravamo totalmente d’accordo, dopo qualche giorno si era risolto tutto”. Il ruolo dell’attrice è perfetto: “Avevo avuto qualche dubbio ad accettarlo, a 60 anni finalmente interpreto la mia prima madre, ma forse sarei dovuta essere nonna. E non volevo accettarlo, mio marito mi ha convinto a dire sì”.

Il marito è Joel Coen, uno degli autori di Suburbicon, a scrivere Three Billboards Outside Ebbing, Missouri è sempre Martin McDonagh. Woody Harrelson si ritrova a un ruolo drammatico: “La commedia deriva dal dramma, è bello essere qui e recitare con Frances.

L’ispirazione per questo film è venuta al regista guardando un film 10 anni fa in aereo: “Avevo visto qualcosa di simile, era triste e dark. Pensavo di averlo dimenticato, invece, ci ho ripensato. I miei film precedenti erano tutti incentrati su protagonisti maschili, ma con Frances ho cambiato rotta: è un personaggio femminile tostissimo”. Il regista ha poi confermato che Epping non esiste.

Secondo qualcuno il film parla di rabbia: “Rabbia e amore sono parole sovrausate, si può gestire la rabbia, mentre l’amroe è finita per essere una carta di auguri. C’è anche la furia, il dolore, il trauma che lega queste relazioni e poi si finsice con la furia”.

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Giornalista, Truffaut mi ha fatto innamorare del cinema. Scrivo anche di TV, arte, serie TV, disabilità e musica

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Il Sito è iscritto nel Registro della Stampa del Tribunale di Roma n.10/2014 del 13/02/2014
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