Atac, Rota: subito tornelli in uscita

Il direttore generale in pectore presenta le misure per aumentare gli incassi dei biglietti

Mauro Evangelisti per Il Messaggero Roma

 

Le polemiche con la politica, dice, se le è lasciate alle spalle a Milano: vedi il divorzio burrascoso avuto con il sindaco Beppe Sala. E quindi Bruno Rota, nuovo direttore generale di Atac, adesso non ha la minima intenzione di rispondere a quel pezzo di M5S romano (da De Vito a Ferrara) che si è messo di traverso sulla sua nomina fino all’ultimo. «Non sono grillino, non sono del Pd, non sono berlusconiano: sono un manager – premette – e in quanto tale aziendalista». Ieri è stato ufficializzato il matrimonio con la municipalizzata di via Prenestina. Da martedì si cambia vita: ciao Milano, casa a Monti, «a 18 minuti» dalla nuova sede di lavoro.

 

Da quando Rota ha vinto la selezione di Atac, arrivando primo, si è messo subito a spulciare le carte dell’azienda. E ha individuato due filoni. «Il primo spiega – è il debito consolidato, che non ho trovato di certo in Atm, a Milano, e che a Roma andrà aggredito per fare respirare la società e migliorare il servizio pubblico. Sto iniziando a studiare i numeri». La seconda leva da muovere riguarda l’evasione tariffaria. I portoghesi. Chi non paga il biglietto. «Sì ho letto dell’iniziativa dei nuovi 1.400 controllori sugli autobus, va bene, anche se partirà da settembre e solo due volte a settimana…». L’idea del manager, già tante volte annunciata da queste parti, ma mai messa in piedi riguarda la metropolitana. «Bisogna iniziare a recuperare gli introiti, chiudere i tornelli in uscita della metropolitana potrebbe essere già una soluzione valida, un segnale».

 

Ma attenzione, e qui c’è il Rota con la forma mentis pragmatica milanese: «Queste iniziative si adottano dopo un percorso condiviso con i dipendenti, con chi si occupa di sicurezza, con i vigili del fuoco. Insomma, nessuna improvvisazione». A Milano ha funzionato. E l’evasione tariffaria è scesa in maniera netta. E qui scatta il classico paragone: queste sfide civiche sono replicabili anche nella caotica Roma? «Certo non ritengo che la gente di Milano sia migliore di quella di Roma, o viceversa. E’ solo una questione di programmazione. Non esistono città più o meno educate». E quindi non ci sarà un modello Milano da esportare in via Prenestina? «No, e allora perché non il modello di Lille gestito da Atm così come quello di Copenaghen?». Rota ha firmato un contratto di due anni («Non mi fanno paura i contratti a tempo determinato, a Milano mi sono stati sempre rinnovati») da 140mila euro all’anno, più una parte variabile legata agli obiettivi che dovrà raggiungere. Di quanto? «Queste informazioni le gestisce Atac, ma ovviamente rientra nei parametri previsti dalla legge».

 

Il nuovo diggì dice di non aver mai incontrato ancora la sindaca Virginia Raggi, di aver avuto solo un colloquio con l’assessore ai Trasporti Linda Meleo («Mi sembra preparata e molto sul pezzo»). Un modo per sgomberare il campo dalla ridda di voci che lo hanno seguito in questi giorni: «Non conosco Grillo, né Casaleggio. Non sono grillino, né del Pd né soprattutto berlusconiano: sono un manager». Che a 28 anni ha lasciato il giornalismo per occuparsi di gestione delle aziende statali e private: gli inizi all’Iri con Romano Prodi, poi la Sme, la società Autogrill, Finagra, l’autostrada Milano-Serravalle e infine l’Atm. Una lunga corsa che adesso, a 62 anni, fa tappa a Roma, Capitale del peggior trasporto pubblico del Paese.

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