‘Confiscati Bene 2.0’: 14mila gli immobili sottratti alle mafie

Pubblicato il 'monitoraggio civico' di Libera e Fondazione Tim

Blitz contro i Casamonica
L'esterno di una villa confiscata a Casamonica

Ci sono ville, appartamenti, ma anche un migliaio di palazzi di pregio, terreni, negozi e autorimesse: sono 14.874 gli immobili confiscati alle organizzazioni criminali e che, grazie alla legge 109 del 1996, vengono riutilizzati a fini sociali da soggetti (associazioni, cooperative, Comuni, Province e Regioni, forze dell’ordine) in grado di restituirli alla collettività. Da oggi sono censiti sul portale ‘Confiscati Bene 2.0’, realizzato dall’Associazione Libera con la collaborazione di OnData e Fondazione Tim.

Quanti sono, dove sono, come vengono riutilizzati i beni confiscati in Italia?

La piattaforma risponde a queste domande, raccogliendo e fornendo open data completi, fruibili, aggiornati, sul bene e sulla sua destinazione, in una sorta di “monitoraggio civico”. Ad oggi, in Italia, ci sono 23mila beni confiscati, di cui oltre 14mila, appunto, già destinati e pronti per essere riutilizzati dalla cittadinanza. Le pagine del portale offrono il dettaglio dei progetti: nella maggior parte dei casi, il 72%, i destinatari sono i Comuni, circa 9mila, ma i beni sono diventati anche presidio delle forze dell’ordine, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia. Oltre 6mila immobili si trovano in Sicilia, tra questi – come si può vedere sfogliando il sito – anche tre alberghi e due case di cura, 2.600 sono in Calabria, circa 2mila in Campania, più di mille in Lombardia, di cui 74 aziende e attività, e 593 nel Lazio. Il portale può essere utile anche a chi è interessato ad operare in questo contesto. Fornisce, infatti, anche indicazioni su bandi e avvisi pubblici per le assegnazioni e il racconto di 700 pratiche di riutilizzo istituzionali e sociali che possono ispirare proposte di ulteriori nuovi progetti.

La presentazione del portale si accompagna all’appello di Libera sul decreto sicurezza, che prevede la vendita ai privati, con aste pubbliche, dei beni confiscati ai boss che non si riesce a riutilizzare. La rete guidata da don Luigi Ciotti ha “la forte preoccupazione che, senza cautele e controlli adeguati, i beni messi all’asta non solo siano venduti a prezzi svalutati, ma che l’acquisto possa essere realizzato attraverso prestanomi dalla faccia pulita”. (Fonte Ansa)

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