Da Roma parte l’autunno caldo degli studenti 

I giovani accendono i riflettori su problemi strutturali reali, ma rispetto al passato, che vedeva in primo piano gli universitari, oggi sono i minorenni i protagonisti e le assemblee sono sostituite dalle piattaforme social

Ispirandosi ai blocchi dei “cugini” francesi, gli studenti romani sono al centro della mobilitazione in Italia. I collettivi studenteschi hanno occupato diversi istituti della Capitale. Il Liceo Scientifico Cavour (Centro Storico) è stato l’apripista, seguito dall’ ITI Lattanzio e dal Liceo Tullio Levi Civita (Quartiere Prenestino), Il collettivo del Liceo Statale Maria Montessori (Quartiere Trieste) ha occupato la sede succursale di via Casperia. Circa 150 studenti dello storico liceo francese Chateaubriand (Zona Nomentana) sono scesi in strada manifestando con fischietti e cartelli.

La protesta si sviluppa soprattutto contro il recente decreto scuola, e in particolare contro il tetto del 30 per cento agli studenti stranieri, considerato discriminante, e l’inasprimento delle regole disciplinari, ma si si salda anche con quella per il diritto alla casa, il caro affitti le diseguaglianze sempre più marcate nella nostra società fino ai diritti civili, con la grande partecipazione alla recente sfilata pacifica per la fine delle operazioni militari a Gaza, lo sblocco degli aiuti umanitari e il ritiro dell’esercito israeliano.

Al di là dei contenuti della contestazione è significativo il risveglio di una generazione considerata rassegnata e ripiegata su sé stessa. I giovani stanno accendendo i riflettori su problemi strutturali reali — come il precariato, l’impossibilità di trovare una casa a prezzi dignitosi e il progressivo definanziamento della scuola pubblica — dimostrando una forte coscienza civile in una società che spesso tende a escluderli dai processi decisionali o a parlarne solo in termini retorici.

Mentre l’università un tempo era il focolaio principale, le riforme scolastiche, l’ansia da prestazione precoce e il degrado strutturale colpiscono oggi direttamente gli studenti della scuola secondaria superiore. Il calo dell’età media dei manifestanti è uno dei dati sociologici più evidenti. Oggi i veri protagonisti delle rivolte sono i minorenni della Generazione Z e Alpha, con un’età media che in molti contesti di scontro di piazza si è abbassata fino a 17 anni.

Altrettanto abbandonati i canali tradizionali di coordinamento politico (collettivi universitari, sezioni di partito, assemblee formali), superati ampiamente da algoritmi e social media verticali. Le proteste si espandono infatti in modo virale: TikTok, Snapchat e Discord  spingono migliaia di quattordicenni e quindicenni a replicare l’azione nella propria scuola la mattina successiva, aiutandosi anche con l’Intelligenza Artificiale Generativa. La mobilitazione è così immediata, visiva e priva di intermediari, anche se la ‘’piazza’’ è sempre il luogo prescelto per manifestare.

L’eco-ansia (la crisi climatica), l’impossibilità di intravedere una stabilità abitativa a causa del caro affitti e la percezione di un sistema scolastico che non garantisce più l’ascensore sociale spinge i giovanissimi a scendere in strada non per “cambiare il mondo” in senso astratto, ma per difendere i propri diritti base all’istruzione e alla casa, prima ancora di aver concluso il ciclo di studi superiori.

Il fatto che i ragazzi si organizzino in modo autonomo e virale sui social (creando movimenti spontanei e privi di leader tradizionali) dimostra inoltre che la Generazione Z e Alpha non vede più nei partiti o nel Parlamento dei rappresentanti credibili.

Se le istituzioni vengono percepite solo come un apparato repressivo e la politica come un mondo distante, la conseguenza a lungo termine rischia di essere un rifiuto totale della partecipazione democratica formale, traducendosi in tassi di astensionismo record alle prossime scadenze elettorali.

Sempre più giovani smettono di guardare ai palazzi della politica nazionale (il Parlamento, i ministeri) perché li ritengono strutturalmente incapaci di cambiare le cose. Lo sguardo si sposta verso l’alto (le grandi istituzioni internazionali, l’Unione Europea, i trattati sul clima) o verso il basso (la propria scuola, l’università, la propria città), saltando completamente il livello dei partiti tradizionali.

E questo si traduce nella forte spinta verso l’astensionismo elettorale, che non è necessariamente sintomo di apatia, ma spesso un rifiuto consapevole di un sistema percepito come irriformabile. I giovani scelgono di esercitare la propria cittadinanza attraverso il consumo critico, lo sciopero o il boicottaggio, piuttosto che con la scheda elettorale.

Comunque il “fuori dai partiti tradizionali” oggi non sta conducendo alla nascita di un nuovo partito o di un nuovo “rottamatore”, ma a una frammentazione dell’impegno politico in mille rivoli sociali, digitali e locali. I giovani cercano l’azione diretta e comunitaria, diffidando per principio da chiunque prometta ricette miracolose dall’alto di un “palco”.

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