Donne anche noi – Storie di fuga e riscatto per un 8 marzo diverso

Incontro promosso da Emma Bonino, protagoniste quattro donne migranti: Habiba Ouattara, Igiaba Scego, Agitu Ideo Gudeta e Princess Okokon

Donne anche noi
Emma Bonino e Agitu Ideo Gudeto © Radicali Italiani

Donne anche noi – Storie di fuga e riscatto, un incontro promosso da Emma Bonino e dedicato a quattro storie straordinarie di donne migranti che hanno lasciato i loro Paesi di origine e hanno trovato in Italia il riscatto. Vengono dalla Nigeria, dall’Etiopia, dalla Costa d’Avorio e dalla Somalia e fanno lavori diversi, ma sono riuscite ad affermarsi nel nostro Paese.

Le quattro donne (da celebrare) sono: Habiba Ouattara, Igiaba Scego, Agitu Ideo Gudeta e Princess Okokon. “Abbiamo delle donne eccezionali, che fanno delle cose cose eccezionali e sono fondamentali per cambiare l’idea del nostro Paese”, come ha sottolineato il mediatore dell’incontro, il giornalista Gustav Hofer.

Promotrice dell’incontro, Emma Bonino: “L’immigrazione, l’integrazione e la mobilità globale sono fra i temi del nostro presente. Una notte, mettendo ordine nella mia agenda, ho constatato che tutti gli incontri e gli inviti in vista dell’8 marzo, rappresentavano una società italiana incompleta: in nessun invito c’era una presenza di una grande realtà, donne con storie diverse, che fanno parte della società e vivono con noi. Quest’iniziativa è un utile complemento e non vive in competizione o in polemica con le altre,”.

A questa società mancano le donne clandestine. “Sono in 500mila, i clandestini sono persone fragili. Non si possono regolarizzare a causa della Bossi – Fini, mancano quelle chiuse nei CIE e che non possono uscire se non per andare in tribunale e ospedale. Spero che quest’iniziativa spinga altre donne, ma è anche per le italiane. La società del nostro Paese ha dei protagonisti al femminile in cui bisogna confrontarsi, prenderne atto e cercare il modo migliore di vivere insieme, in questo serve un cambiamento della legge”.

“Vedo quest’incontro come l’inizio di un nuovo modo di affrontare tutto questo senza muri liquidi o non liquidi”, ha continuato. Per Emma Bonino l’obiettivo di quest’iniziativa è “che ci rendiamo conto che viviamo con loro, storie ed esperienze particolari, ma fanno parte della nostra società, del presente e del futuro. Le loro storie parlano da sole”.

La prima storia è quella dell’etiope Agitu Ideo Gudeta, rifugiata etiope che in Trentino Alto Adige ha dato vita all’azienda agricola La capra felice. Prima di arrivare in Val di Gresta, Agitu è passata da Roma: “Sono originaria di una famiglia di pastori nomadi.  Ho studiato Sociologia, sono arrivata 18 anni fa con una borsa di studio. Durante la mia permanenza sono andata in Trentino in vacanza e me ne sono innamorata. Terminati gli studi, sono tornata in Etiopia per lavorare su progetti di agricoltura sostenibile con i pastori nomadi. Nel 2010 ho avuto problemi con il governo etiope, legati ai problemi della nuova industrializzazione, che si basa sull’accaparramento dei terreni, che si basa sulla monocoltura. La proprietà dei terreni appartiene ora al governo e i contadini non hanno diritto alla proprietà”.

In un Paese come l’Etiopia dove “la popolazione ha basato la vita quotidiana sulla terra. L’introduzione di questo sistema, monocoltura, devasta l’ambiente. Non c’è assistenza sanitaria, sono in aumento i tumori. Fanno tutto per 85 centesimi di euro al giorno per le multinazionali, non riescono a sopravvivere. Abbiamo iniziato a manifestare: vogliamo che la terra torni ai contadini, siamo riusciti a manifestare, la prima nel 2005, ma i ragazzi sono stati attaccati dalla polizia. Le manifestazioni non si fermano perché le risorse non sono eque e il popolo non si sente rappresentato dal governo, ma vengono zittite con forza”.

In Etiopia, come racconta Agitu, al momento, “è stato dichiarato lo stato d’emergenza: senza internet, non si può manifestare, i villaggi sono circondati dall’esercito, nessuno può muoversi. Molti ragazzi sono in prigione, altri sono stati uccisi. Su 27 compagni di progetto, sono rimasti in tre, molti sono scomparsi nel nulla”. Per fortuna Agitu è riuscita a scappare: “Avevo conservato il permesso di soggiorno, l’avevo sempre con me. Sono fuggita verso il Kenya e da lì sono volata fino a Malpensa, poi sono arrivata in Trentino”.

Mossa dalla rabbia, Agitu ha deciso di creare un progetto di agricoltura sostenibile: La capra felice. “Ho iniziato a scrivere il progetto, una provocazione, anche perché in Africa vanno tutti e portano via manodopera senza rispetto e senza beneficio per la gente che vive qui. Ho recuperato dei terreni abbandonati, li ho concimati. Produco un cibo sano, da qui la provocazione. Non ce la facciamo più con PIL e ricavi. Il PIL dell’Etiopia è cresciuto, è un Paese emergente, ma le persone vivono in uno stato di povertà assoluta. Il PIL lo mettiamo da parte, è un’attività che salvaguarda l’ambiente ed è un’economia diversa che parla felicità. Ho fatto il giro del Trentino, da Vallarsa mi sono messa in Val  di Gresta, sopra il Lago di Garda, un’area con un clima più mite”.

È una valle ricca di ortaggi e la convivenza con le pecore è stata difficile: “Ho scoperto la Valle dei Mòcheni. Ha una storia di immigrati e remota, abitata da popoli tedeschi, vivono sul territorio e hanno conservato la loro lingua. La convivenza, a primo impatto è stata difficile, ma quando ti vedono con le capre cambiano idea. Il popolo mòcheno è un popolo immigrato, hanno conversato il territorio, la loro cultura e la loro lingua”.

Habiba Ouattara, invece, viene dalla Costa d’Avorio: “Dopo sette anni di conflitti, ti svegli con gli spari. Ci sono le elezioni, non ce la facciamo e chiediamo aiuto e nessuno ci aiuta. Si parte per salvarsi la vita, sono arrivata in Italia chiedendo aiuto ai trafficanti, quando c’è un conflitto non si può chiedere un visto. Ho attraversato i quasi 600 km che separano la Costa d’Avorio dal Ghana e sono stata fortunata perché ci sono arrivata. A Roma, al Centro Astalli, mi hanno accettato, ero in uno stato vulnerabile e mi hanno curato e mi occupo di mediazione, e ho anche imparato l’italiano. Avevo una laurea Infiermeristica, mi hanno aiutato a riconoscere il titolo e ho preso un Master a Roma Tre in Mediazione culturale. Avevo bisogno di aiutare gli altri”.

Dopo anni di volontariato, Habiba ha creato una sua attività di catering: “Makì, in Costa d’Avorio, sono degli posti di tutti e nessuno. Dove mangiano tutti, il povero e il rischio, sono dei chioschi, in cui si condividono le proprie storie, il cibo e l’amicizia. Ci siamo messi a cucinare in associazione con un gruppo di rifugiati: cibi e racconti diversi. Invitavamo gli italiani per raccontare le nostre storie. Con i soldi abbiamo aiutato gli altri, alla Città dell’Utopia, lì è nato così il catering Makì. Il cibo è diverso, e i clienti sono soprattutto italiani. È difficile cucinare per loro” anche se sono in molti a voler scoprire la cucina multietnica.

Igiaba Scego è forse la più famosa fra le ospiti di Donne anche noi: la scrittrice e giornalista somala ha raccontato la sua storia. “Lo dico sempre: i miei genitori sono arrivati in aereo, non è scontato. Dall’89 i viaggi sono cambiati, i viaggi sono diventati l’orrore, con i morti in mare. Noi abbiamo costruito i muri. Sono figlia di rifugiati, non portavoce, ma ho un ruolo carico di storie. Parlo spesso di storie di immigrazione, di accoglienza, ma dobbiamo parlare di legalità. Negli ultimi dodici anni, insieme a Italiano sono anch’io e Italiani senza cittadinanza, stiamo combattendo per il diritto di cittadinanza. Abbiamo due grossi problemi la Bossi-Fini e i figli degli immigrati”.

Moltissimi vivono nel nostro Paese non hanno riconosciuta la cittadinanza italiana: “Tifano Roma, Juve, parlano romano. Ho un amico che è più romano di me e non ha potuto fare un film con Spike Lee perché non aveva la cittadinanza. Siamo un’umanità senza diritti, in un Paese a natalità zero. Abbiamo natalità molto bassa anche perché non si creano i cittadini. Non solo noi, ma anche i nostri genitori. Attualmente la legge è ferma al Senato, bloccata da 6mila emendamenti della Lega Nord. Dico spesso che questa legge non interessa nessuno”.

“Abbiamo fatto il mese della cittadinanza, febbraio, sit-in in varie città d’Italia, abbiamo cantato L’Italiano di Toto Cutugno. Abbiamo bisogno di cambiare la prospettiva su quello che l’Italia è diventata. Ci raccontiamo sempre in modo nostalgico, non ci sono io come figlia di migranti, non ci sono le coppie gay, il testamento biologico, le famiglie allargate: un’Italia che non si racconta. Da scrittrice mi crea dei problemi. La mia ultima storia è per i bambini, uscirà a fine aprile, su un rinoceronte, volevo spiegare ai bambini la schiavitù. Spesso vado nelle scuole, non c’è cittadinanza neanche nei manuali, abbiamo bisogno di libri diversi. In Inghilterra e negli USA se ne parla con il movimento: More diverse books”.

Princess Okokon è nigeriana e viene da Asti, dove si batte contro la tratta delle schiave: “Sono arrivata in Italia nel 1999, a Torino, con un’organizzazione di trafficanti, molto forte. Ero vittima di tratta, come tante donne nigeriane, quando ho avuto difficoltà a scappare ho pensato di aiutare altre donne come me. Sono arrivata da Londra, in Francia e a Torino mi hanno venduta a una donna, quasi coetanea, mi ha costretto a prostituirmi con minacce e violenze. Sono finita anche in ospedale, e sono rimasta lì una settimana e ho deciso di scappare”.

Grazie ad Alberto Mussino, marito e presidente di PIAM, è riuscita a scappare: “Grazie a Piero Vercelli che ha lavorato con me prima di diventare Assessore alle politiche sociali di Asti e con l’aiuto di un prete, don Gallo, che ha offerto a noi la prima accoglienza. Quando hanno sentito la mia storia mi hanno chiesto cosa volessi fare, ho detto che volevo combattere il traffico: sono nigeriani, sono miei amici, sono i miei fratelli. Ho studiato italiano, in quegli anni, mi hanno detto le mie amiche: perché vai a scuola, sei qui per i soldi. Io rispondevo che volevo capire la terra e sono diventata mediatrice culturale, ho detto a queste donne che c’è un altro lavoro, un’altra Italia. Faccio capire a queste donne che c’è un’altra vita”.

Così è nato PIAM, il Progetto Integrazione e Accoglienza Migranti: “Offriamo accoglienza alle vittime di tratta, quando arrivano le donne diamo istruzione scolastica, assistenza legale e sanitaria. Così si confrontano con i trafficanti in tribunale, non hanno soldi, ma se ne occupa l’associazione. Dobbiamo insegnare loro a diventare donne vere, donne che non vengono sfruttate, dobbiamo correggere queste donne. Facciamo counseling, diamo anche corsi: badante, barista, pizzaiola. Specialmente insegniamo loro la cultura italiana. Abbiamo molte difficoltà in Nigeria, donne non lasciano la strada perché devono liberarsi dai debiti”.

Ancora oggi le donne nigeriane non sanno che finiranno per prostituirsi: “I trafficanti hanno i loro operatori in zone remote. In Nigeria, la prostituzione avviene dentro le case. Nel 2004 siamo stati lì per parlare a queste donne. I trafficanti usano i Paesi in guerra per trafficare, molte donne sono di villaggi, analfabete. Non hanno l’abilità di sentire le informazioni”.

Le nuove tratte sono diverse: “Prima usiamo il progetto di unità di strada, vediamo le donne, diamo loro i volantini. Una volta acquisita la fiducia, le convinciamo a lasciare la strada. Dal 2014, molte donne non sono richiedenti asilo o rifugiate e abbiamo una collaborazione con questura e centri di accoglienza, facciamo dei colloqui per convincerle. I trafficanti sono anche nei centri e facciamo anche un’identificazione. In questo caso, le riconosciamo e le spostiamo. Parte il progetto: diamo un’istruzione, una protezione sociale”.

Alcune delle donne hanno bambini: “Sono in strada e devono pagare le baby sitter, il debito e la casa. Pagano tre volte e aiutiamo anche loro. Al momento abbiamo 200 donne che sono uscite con buona istruzione e indipendenza. Abbiamo in carico, ad Asti, circa 45 donne in accoglienza e c’è una lista d’attesa. Alcune le mandiamo in progetto SPRA, per dare loro permesso di soggiorno”.

Il presidente dei Radicali, Antonella Soldo, ha parlato a Donne anche Noi. I Radicali sono fra gli organizzatori della giornata, realizzata per “rinnovare il ferro vecchio che è l’8 marzo”.

Per Soldo: “Le loro storie danno il contributo di differenza nel lavoro, nella politica e nel sociale. Si sono ottenute delle conquiste, parità di diritto, ma di appiattimento. Dobbiamo mettere in testa i diritti delle donne perché esiste un filo rosso che collega la democrazia, il potere sul corpo delle donne. Lo vediamo nell’aborto e in Africa subsahariana, in Medio Oriente vessati da guerre interne verso le donne: la mutilazione genitale, la questione del velo. Prima di dichiarare la guerra, queste dittature vogliono controllare il corpo e la sessualità delle donne. In questo c’è un filo rosso che arriva alle nostre democrazie”.

L’aborto e gli obiettori di coscienza, a vedere i dati dell’interruzione di gravidanza: “Un aborto su tre è praticato da donne immigrate: quasi 30mila su 90mila totali. È un’emergenza di supporto a situazioni di vulnerabilità grave. Queste storie sono storie di riscatto da situazioni difficili, non è un caso che siano donne. C’è un documento nel nostro sito, si analizza la migrazione nel nostro Paese, i lavoratori migranti uomini fanno lavori malpagati e degradanti, le donne lavorano meno, ma hanno compiti più qualificati. Le loro storie ci aiutano ad avviare questo percorso, vogliamo cambiare il rapporto sull’immigrazione, esistono queste storie ed è il bene che il Paese lo conosca”.

“È bene che lo conoscano donne e uomini. Il populismo ha voce in questo periodo perché la paura, la rabbia e la rassegnazione si traducano in un unico urlo. Questa è una scommessa più ambiziosa basata su sogni, progetti e ambizioni. In primavera lanceremo una proposta di legge popolare, insieme a sindaci, migranti e gli italiani che vorranno scommettere di essere migliori delle loro ansie”.

Al termine, prende la parola il sottosegretario degli Esteri, Benedetto Della Vedova: “Non penso e credo che nessuno pensi che l’integrazione sia una passeggiata, è la nostra attualità e il nostro futuro. Dobbiamo raccontare l’Italia per quello che è, e c’è un pezzo d’Italia che non viene raccontata. Nella natalità il futuro di stabilità della popolazione italiana è legato alle donne venute da lontano. Molte start up poggiano sulla forza e la volontà di persone che vengono da lontano. A qualcuno non piace, ma è l’Italia che c’è e avrà un futuro assieme”.

Il governo italiano è impegnato ad affrontare “un flusso straordinario, disordinato e violento”, siamo impegnati “nella prima fase di accoglienza che non può essere quella del restringimento”. Per quanto riguarda le collaborazioni con gli altri governi, l’Italia ha instaurato con la Nigeria e con altri Paesi delle risorse di cooperazione nella gestione dei flussi.

“Serve creare canali legali per arrivare in Europa a cercare lavoro. Se offri questo, c’è un’alternativa vera”.

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