Vicolo di Porta Furba, paura e reticenza nel regno dei Casamonica

Pochi cittadini disposti a parlare: “Non mi sono mai accorto di niente, io mi faccio gli affari miei”. Il procuratore Prestipino: c’è omertà

Vicolo di Porta Furba, regno dei Casamonica
Vicolo di Porta Furba, regno dei Casamonica

Il giorno dopo il blitz delle forze dell’ordine contro i Casamonica a vicolo di Porta Furba tra i cittadini c’è poca voglia di parlare. “Sì, l’elicottero che volava sulle case mi ha svegliato intorno alle 4 di mattina, ma non ho capito bene che cosa stesse succedendo, pensavo a un incendio o a qualcos’altro. Solo quando ho visto le auto dei Carabinieri ho capito che si tratta di qualcosa simile a una retata”, dice una donna sulla cinquantina.

Gli altri abitanti che abbiamo sentito hanno poca voglia di parlare, c’è paura ma anche la voglia di farsi gli affari propri. Quel vicolo è stretto tra via del Mandrione e via Tuscolana, a pochi metri dal Quadraro e dalla multietnica Tor Pignattara, zone cresciute in modo disordinato nell’immediato dopoguerra, dove nel corso dei decenni si sono alternati degrado e progetti di recupero.

Territori da sempre di nomadi e zingari, i Casamonica di quel vicolo stretto e lungo hanno fatto il loro fortino. E allora, se hanno ostentano il loro potere tra chi veniva in contatto con loro perché strozzato dall’usura o perché in affari nel giro della droga, agli altri comuni cittadini erano quasi invisibili. 

“Non sapevo nemmeno della loro presenza in questa zona”, ci dice un uomo che abita a 500 metri da più di 20 anni. “Io mi faccio gli affari miei”, ci risponde invece un’altra signora. I ragazzi di meno di vent’anni ci guardano con sospetto, ma anche con curiosità, mentre facciamo foto alla zona. 

“Da quando sono andata a vivere a Porta Furba – ha raccontato la cognata di uno dei Casamonica ai pm, collaborarice di giustizia – ho avuto la conferma definitiva del fatto che la famiglia Casamonica costituisce un gruppo numeroso, è un vero e proprio clan, stabilmente dedito ad attività illecita”. Gli appartenenti al clan, aggiunge, “si aiutano reciprocamente per ogni tipo di esigenza, anche se c’è da picchiare qualcuno”.

D’altronde, lo stesso procuratore aggiunto a Roma Michele Prestipino dice:  “Non possiamo non registrare un clima di omerta’ e di non collaborazione da parte delle vittime dei reati; ne’ qui ne’ a Milano ci sono le file per denunciare le intimidazioni o i soprusi subiti”

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