La percezione che Trastevere sia diventato invivibile e persino pericoloso dopo la mezzanotte è un tema ricorrente nel dibattito cittadino romano. I residenti segnalano degrado, schiamazzi notturni, risse, lancio di bottiglie e spaccio. Piazza Trilussa e le strade adiacenti sono aree dove si verificano spesso casi di violenza, aggressioni e persino episodi gravi che coinvolgono bande di giovani.
Secondo il regista Gabriele Lavia, che vive da anni vicino a piazza San Cosimato, il problema della mala-movida non ha soluzione. “Non può risolversi con l’allargamento dell’isola pedonale o della Ztl, dipende da come sono le persone, dalla loro formazione, dall’educazione. È un problema di cultura e riguarda tutti i quartieri. Oserei dire che è una questione di carattere storico. Perché sono gli uomini che fanno il mondo, non viceversa. E questo vale pure a Trastevere”. Ha sottolineato, interpellato in una recente inchiesta di ‘La Repubblica’ sul quartiere.
La situazione di Trastevere dipende da una combinazione di fattori istituzionali, normativi e socio-economici stratificati negli anni. Da un lato dopo mezzanotte l’abbandono delle forze dell’ordine e della polizia municipale, dall’altro una liberalizzazione commerciale selvaggia, che ha permesso a piccoli esercizi (come le pizzerie al taglio) di trasformarsi, di fatto, in ristoranti con un’espansione eccessiva di dehors. Inoltre la trasformazione di moltissime case in strutture ricettive ha causato uno spopolamento dei residenti storici (gentrificazione), togliendo al quartiere il suo “presidio sociale” naturale e trasformandolo in un dormitorio per turisti o in un parco giochi notturno, ideale per un modello di turismo concentrato solo sul consumo rapido di cibo e alcol a basso costo.
L’osservazione di Lavia ispira però un ribaltamento del modo col quale sia i residenti che le autorità municipali e prefettizie hanno finora ritenuto di affrontare con più o meno attenzione e risorse il degrado inarrestabile del quartiere. Non più solo divieti (che spesso vengono ignorati), ma piuttosto si potrebbe provare a lanciare una “sfida civica”, basata su vantaggi reali attraverso una sinergia fra gli assessorati Cultura, Scuola e Politiche Giovanili che non devono agire a compartimenti stagni, ma creare insieme un programma unico di pianificazione educativa, anche con l’incentivo di premi, con le aziende comunali della raccolta rifiuti e trasporti (AMA e ATAC).
Mentre i residenti invecchiano (il 26,5% ha più di 65 anni), la popolazione che “vive” il quartiere di notte è composta per oltre il 70% da under 35, creando un divario generazionale che alimenta i conflitti sulla percezione di sicurezza e rumore. In particolare è in forte aumento la presenza di adolescenti (spesso minorenni) attratti dall’alcol low-cost dei minimarket.
Si può militarizzare un quartiere o riempirlo di divieti, ma se manca il rispetto per lo spazio pubblico e per chi ci vive, la situazione non cambia. Il vero nodo della questione è che oggi molti vivono Trastevere (e i centri storici in generale) come un “non-luogo” o un set cinematografico.
Per cambiare la mentalità, non bastano i post sui social, serve un’operazione culturale che entri nella quotidianità delle persone. Il Comune dovrebbe farsi promotore di un vero contratto tra residenti, commercianti e frequentatori, accompagnato da una cartellonistica d’impatto (non i soliti fogli A4 burocratici) affissa ovunque.
L’Assessorato alla Cultura non dovrebbe limitarsi ai patrocini, ma chiamare registi, grafici e influencer per creare una narrazione in cui “chi rispetta la città è il vero protagonista”, non chi la distrugge. Occorre passare da una gestione basata sull’emergenza a una pianificazione educativa. Così Trastevere smetterebbe di essere un problema di ordine pubblico e diverrebbe il laboratorio di una nuova cittadinanza… magari fin da questa estate!