Covid: Pronto soccorso sotto assedio, 200 positivi al giorno e 48 ore in barella

La lotta contro il virus come nel 2020. Per mancanza di posti letto i malati Covid restano nell'unico reparto che può occuparsi di loro, il Pronto Soccorso, con il casco. Ingolfando sempre di più l'emergenza-urgenza

I reparti Covid non bastano, ma gli ospedali non riescono ad attivarne altri per carenza di personale. E così i Pronto soccorso, dopo mesi di relativa quiete, si ritrovano loro malgrado a diventare degenze Covid, con al loro interno 200 positivi al giorno, in condizioni critiche, che stazionano sulle barelle per 24, anche 48 ore, in attesa di un posto letto in regime semintensivo, ormai diventato merce rara. Lo denuncia ‘’La Repubblica’’.

Con la quarta ondata riaffiorano tutti i problemi irrisolti della rete ospedaliera. Parlano i numeri: su una media di circa 1500 positivi al giorno, il 20% si reca all’ospedale. Ieri alle 17 erano precisamente 298 i casi Covid confermati nei reparti d’urgenza della rete regionale. E di questi, stimano i medici impegnati in prima linea, almeno due terzi – soprattutto non vaccinati, che spesso arrivano già in condizioni critiche – vengono poi ospedalizzati.

“Notiamo un netto aumento di pazienti Covid – sintetizza a ‘La Repubblica’ Giulio Maria Ricciuto, primario al Pronto Soccorso del Grassi e presidente della Società di Medicina d’emergenza-urgenza del Lazio – e arrivano al Pronto Soccorso in condizioni difficili”. Nel suo reparto ieri su 13 pazienti positivi, 8 avevano bisogno di ventilazione non invasiva, ovvero iì casco. Per loro il posto letto in regime ordinario non basta, ma non possono nemmeno essere ricoverati in terapia intensiva, destinati ai gravissimi che hanno bisogno di essere intubati.

“È una situazione molto difficile – prosegue Ricciuto -. Le terapie semintensive richiedono personale esperto, da prendere in prestito dai reparti di urgenza o rianimazione, che sono però i due ambiti più in affanno, con forti carenze nel personale che si deve fare anche carico del flusso continuo di pazienti anche colpiti da altre patologie. La coperta è corta”.

È un circolo vizioso che colpisce in particolare gli ospedali più piccoli, quelli in periferia e in provincia. Tanto che, nonostante la Regione abbia chiesto un aumento di reparti Covid, per un totale di 220 posti letto in più da attivare al 6 dicembre, i nosocomi stanno prendendo tempo. È il caso del Grassi, che per ricavare 10 posti Covid dovrebbe eliminare un’intera divisione di Medicina, ovvero 30 posti per negativi, rischiando di mettere a rischio l’assistenza sul territorio.

Oggi la direzione dell’ospedale si incontrerà con i vertici della Asl Roma 3 per cercare di trovare una (difficile) soluzione. Solo i grandi poli ospedalieri – Policlinico Umberto I, Tor Vergata, Gemelli, San Camiìlo- riescono a gestire reparti di terapia ordinaria, semintensiva e intensiva. E gli altri? In attesa di trovare un posto in reparto adatto a loro, i malati Covid restano nell’unico reparto che può occuparsi di loro, il Pronto Soccorso, con il casco. Ingolfando sempre di più l’emergenza-urgenza. E provocando lo stazionamento delle ambulanze fuori dagli ospedali, tanto che anche ieri mattina i mezzi in coda con i pazienti erano 12 e alle 14 erano già 20, con particolari criticità al Gemelli, Tor Vergata e Sant’Andrea.

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