Green Pass: 50 per cento badanti e Baby sitter senza il certificato verde 

Sette famiglie su dieci chiedono aiuto sulla gestione dei collaboratori domestici, diventata un rebus a Roma, dove sono occupati nel settore circa 13.000 operatori

In casa il Green Pass non esiste. E sette famiglie su dieci, tra coloro che hanno una colf, badante o babysitter, si trovano a fare i conti con un problema: la mancanza di vaccinazione, o di passaporto verde, delle collaboratrici domestiche. Lo denuncia ‘La Repubblica’.

Un problema che a Roma, la città in Italia con il più alto numero di occupati nel settore – oltre 13mila contratti in chiaro, oltre il doppio in nero – è più che mai sentito.

Per le babysitter quella della vaccinazione è una condizione fondamentale, dal momento che per accedere all’interno delle scuole, e quindi anche per andare a prendere un bimbo piccolo, è necessario esibire il documento col Qr code.

Per non parlare della preoccupazione delle famiglie di affidare un anziano fragile a una persona non immunizzata. Alla domanda: “Lei è vaccinata?”, oltre la metà delle lavoratrici scuote il capo. “Il numero di lavoratrici domestiche vaccinate è inferiore al 50%, e dall’inizio di settembre oltre il 70% delle chiamate in cerca di assistenza che riceviamo sono proprio legate a problemi con la vaccinazione – dice a ‘La Repubblica’ Andrea Zini, presidente di Assindatcolf, Associazione nazionale datori di lavoro domestico, tra le più rappresentative nel settore in Italia -. Sono mesi che chiediamo al Governo di estendere il Green Pass ai lavoratori domestici”.

Una questione di difficile risoluzione, soprattutto in un settore che conta il 60% di lavoratori in nero ancora in attesa di mettersi in regola. La sconfortante lentezza delle istituzioni nel far avere i permessi di soggiorno, o di rinnovarli, ha creato, in tempo di pandemia, cittadini di serie A e di serie B.

Chi non ha la tessera sanitaria non può essere assistito da un medico ed è stato tagliato fuori dalle prenotazioni negli hub. E le frequenti iniziative “open day” della Regione, molto più flessibili per quanto riguarda l’accesso all’iniezione, hanno tamponato solo in parte l’emorragia.

“Spesso c’è un problema linguistico, che rende complessa la comprensione delle informazioni sul vaccino – prosegue Zini – tanto che diverse badanti e colf si sono poi vaccinate durante l’estate nei loro paesi d’origine”.

Ma, è il caso di Sputnik – in uso nei Balcani e diversi paesi dell’ex Urss – il siero non è riconosciuto in Europa. E in termini di Green Pass non ha alcun valore. “Il contratto di lavoro domestico prevede la possibilità di licenziare, senza conseguenze, un lavoratore per un motivo come può essere quello dell’assenza di vaccino – conclude Zini – ma le famiglie non vogliono vedersi costrette a cessare rapporti non solo di lavoro, ma di fiducia, costruiti in anni. Per questo spingiamo sul Pass nelle case: non solo è una forma di tutela, ma incentiverebbe la vaccinazione, spingendo le amministrazioni locali a trovare soluzioni per permettere l’accesso a chi ha problemi con i documenti. Tante badanti svolgono le stesse mansioni degli operatori delle Rsa. Eppure non hanno avuto alcun priorità alla vaccinazione”.

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