Pronto soccorso al collasso: Ricciuto, i medici lavorano in condizioni disumane

Con la fine dell’emergenza Covid i flussi in accesso sono diventati enormi. E’normale per i pazienti stazionare in barella per 3 lunghi giorni

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(Immagine di repertorio)

In una “ordinaria” domenica pomeriggio, all’interno dei sette Pronto Soccorso dei più grandi ospedali di Roma: Gemelli, Tor Vergata, S.Camillo, Umberto I, Pertini, Sant’Andrea, Casilino – più il Santa Maria Goretti di Latina, ci sono 334 pazienti in attesa di ricovero o trasferimento in reparti specialistici: una media di 40 per nosocomio. Pazienti già stabilizzati, destinati alle cure degli specialisti e che invece restano “parcheggiati” in una barella nei corridoi dei Pronto Soccorso.

Giulio Maria Ricciuto, presidente della Simeu (Società di medicina di emergenza-urgenza) del Lazio e primario al Dea dell’ospedale Grassi di Ostia, intervistato da ‘’La Repubblica’’ sottolinea che i medici del pronto soccorso lavorano in condizioni disumane e  paragona la sua categoria a quella di un animale in via di estinzione.

“Se la Regione non fa qualcosa per rendere accettabile la situazione nei Pronto Soccorso del Lazio, per l’inizio di giugno – afferma – centinaia di medici chiederanno il trasferimento o daranno le dimissioni. Non è un ultimatum: questa è l’ultima possibilità di fare qualcosa, altrimenti una volta che i medici cominceranno a chiedere le ferie, dovute dopo due anni di sacrifici a causa della pandemia, i pochi rimasti alzeranno bandiera bianca. Così non possiamo andare avanti”.

Come si vive nei Pronto Soccorso? 

“L’affollamento è all’ordine del giorno. Con la fine dell’emergenza Covid abbiamo ricominciato a vedere flussi in accesso enormi. E’normale stazionare in barella per 3 lunghi giorni. E il tutto, seguiti da un numero esiguo di medici: abbiamo fatto un censimento, il deficit è del 35%”.

Perché questo deficit? 

“Siamo considerati la discarica del sistema sanitario, siamo pochi e contiamo poco, anche a livello sindacale. Gli specialisti degli altri reparti non prendono in carico i pazienti, lasciandoli a noi, anche se è dal 2013 che la Regione chiede di farlo. E così, i medici di urgenza scappano”.

È anche una questione di mancanza di posti letto? 

“In parte sì: siamo circa il 15% sotto per quanto riguarda il totale dei posti letto in tutti i reparti. Ma certo, sorprende appurare che ogni volta che viene fatta una denuncia a mezzo stampa delle condizioni dei pazienti, improvvisamente i reparti specialistici li prendono in carico. Dopo le foto-shock 100 pazienti del Cardarelli di Napoli sono stati trasferiti dal Pronto Soccorso, e lo stesso è avvenuto al Sant’Andrea a gennaio. Questo vuoi dire che, se solo ci fosse volontà politica, i problemi si potrebbero non dico risolvere, ma almeno attenuare”.

Intanto le file di ambulanze e il sovraffollamento sono all’ordine del giorno.

“Non è colpa nostra, ma di un sistema inadeguato. La Regione lo sa. Insieme a Cittadinanzattiva abbiamo steso delle linee guida. Ora è tutto in mano all’assessore D’Amato, che sta apportandole ultime modifiche ai documenti: ha la possibilità di firmare il primo accordo per salvare i Pronto Soccorso in Italia. Deve saper gestire questa situazione se vuole conquistarsi il ruolo da governatore”.

Quali sono i punti salienti del protocollo d’intesa che avete stilato? 

“C’è bisogno di ridare dignità alla professione di emergenza-urgenza, anche con un riconoscimento economico adeguato e con incentivi, la sicurezza per quanto riguarda le frequenti aggressioni che subiamo, maggiori tutele per le nostre responsabilità e una formazione continua a carico delle aziende. Chiediamo che gli specialisti neoassunti in specialità equipollenti alla medicina di urgenza svolgano i primi due anni in Pronto Soccorso, per imparare davvero il mestiere”.

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