Eccellenze sanitarie e un giudizio positivo sugli esiti e l’appropriatezza degli interventi ma carente dal punto di vista sociale e dell’equità delle prestazioni. E’ il giudizio restituito dal rapporto “Le Performance Regionali” del Crea – Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità presentato oggi, un rapporto che offre anche un monitoraggio degli effetti dell’Autonomia differenziata in Sanità. La Regione della Capitale si attesta nel terzo gruppo, un gradino prima delle sei regioni bocciate (tutte al sud) e due sotto le regioni con le migliori performance, tutte al centro nord.
Nel Lazio, assieme a Liguria, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Molise, Valle d’Aosta e Abruzzo, i livelli di performance degli indicatori sono compresi nel range 37-43%. Sei i parametri (Innovazione, Economico finanziario, esiti, sociale, equità e appropriatezza), presi in considerazione da oltre 100 esperti raggruppati in un panel composto da esponenti di istituzioni, management aziendale, professioni sanitarie, utenti, industria medicale.
Osserviamo, rileva il Crea, “come la composizione del gruppo delle regioni che si situano nell’area dell’eccellenza, come anche quella del gruppo delle Regioni (tutte meridionali) che purtroppo rimangono nell’area intermedia e critica, rimane pressoché costante negli anni”. Risultato: “circa 29 milioni di cittadini residenti nelle prime 8 Regioni – si legge – possono stare relativamente tranquilli e altri 29 milioni nelle Regioni rimanenti, quasi tutte del Centro Sud, potrebbero avere serie difficoltà”. Un monito ad agire arriva anche dal Rapporto presentato sempre oggi da Eurispes ed Enpam. Se il Sistema Sanitario Nazionale “non sarà messo in grado di programmare e poi assorbire le necessarie professionalità – avvertono le due organizzazioni – le Case e gli Ospedali della comunità rimarranno vuote, mentre la crisi del decisivo comparto della medicina generale si avviterà ulteriormente, gli ospedali continueranno a degradarsi, l’universalità della sanità pubblica continuerà a deperire, si apriranno ulteriori autostrade per la sanità privata e curarsi diverrà una questione di censo”. Tutto ciò mentre è già una triste realtà il fatto che le retribuzioni dei medici italiani siano tra le più basse in Europa e che nel 2023 oltre il 33% dei cittadini afferma di aver dovuto rinunciare a prestazioni e/o interventi sanitari per indisponibilità delle strutture sanitarie e liste di attesa, mentre aumenta la mobilità sanitaria che interessa ormai 1,5 milioni di pazienti costretti a spostarsi in regioni diverse dalla propria per curarsi. Un fenomeno che pesa fortemente sui conti delle Regioni. Insomma, quello che emerge è un quadro critico che necessita di una rapida inversione di trend, avverte il presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici (Fnomceo), Filippo Anelli: “È il momento di attribuire un ruolo forte al ministero della Salute, con risorse dedicate ad appianare le disuguaglianze di salute che dividono il nostro Paese. Altrimenti – afferma – le differenze non faranno che acuirsi, con una frattura che causerà il crollo del nostro Servizio sanitario nazionale”