Vacanze prenotate mesi prima, ci si ritrova tutti accalcati e sudati per fare tutti le stesse cose, vacanze senza poesia inchiodati sotto l'ombrellone tra un selfie e un tramonto che sa di spritz
Bisognerebbe leggere i racconti di Robert Benchley o James Thurber, due grandi umoristi americani degli anni ’30-’50 che prendevano, già allora, in giro il rito delle vacanze estive della middle class: l’idea straniante che milioni di persone potessero partire tutte insieme per fare esattamente le stesse cose. Spesso i protagonisti per non finire nel novero dell’overturism accalcato e sudato sbarrano casa, tutti pensano che siano partiti ma loro se ne stanno nello scantinato (basement) trasformato con sdraio, ombrelloni e libri in un pacifico e fresco “luogo di villeggiatura”.
Nell’Italia del ci sono anch’io e dei selfie, famiglie suburbane e non per 11 mesi l’anno tessono la ragnatela dei fatidici 7/15 giorni di vacanza, ragnatele così fitte e dense dalle quali è impossibile, caso mai, liberarsi. Non c’entra il conto in banca, si va dove si può, ma è imperativo andare e andare il più possibile lontano da casa fosse anche per soli pochi giorni cosa che fa salire l’autostima di vari gradini. Le vacanze come un set, come un palcoscenico dove è d’obbligo, come da copione, recitare la propria parte possibilmente con sfondi da urlo, attorniati da altre migliaia di comprimari identici a te. Il tramonto, che una volta era l’ora che intenerisce il cuore, diventa di colpo l’ora dello spritz e delle patatine tra chiacchiericci generali e musiche che annientano il rumore e l’odore del mare, ma chi se ne frega: finalmente siamo tutti qui, orgogliosi di esserci e di mostrarci con il meglio che siamo riusciti a comprare nei saldi.
La valigia della partenza è stata riempita come un uovo ma, per i più, sono rimasti fuori: una manciatina di libri, un briciolo di decenza, un pizzico di cultura di base, tutta l’educazione del mondo e il senso del luogo.
Approdati sotto il nostro ombrellone non ci si schioda più, non frega niente se i dintorni riservano bellezze uniche e usanze sconosciute, ci si muove esclusivamente per un bel mercato settimanale dove spendere quel poco che resta sulla carta di credito.
Massimo Giannini inizia il suo ultimo articolo su D del 1° agosto “Ho visto cose che voi umani” con il racconto tanto virale quanto vomitevole della signora (?) che in sala da pranzo di una nave della Carnival Cruise Line in crociera nei Caraibi, si gratta i piedi con la forchetta che era in tavola. Se a tanto è arrivato l’homo sapiens (??) c’è urgente bisogno di approdare su Marte nella sola speranza di imbatterci in altre forme di vita migliori della nostra