Alla fine è successo. Ad oggi, 31 luglio, del bilancio Atac non v’è traccia. Una situazione denunciata oltre un mese fa da Radiocolonna.it e poi riproposta un po’ da tutti i media locali. Ci si dovrà accontentare dei due numeri forniti dall’ex dg Bruno Rota prima di abbandonare la municipalizzata. Ovvero, quell’ 1,3 miliardi di debiti di cui 325 solo verso i fornitori. Ce ne sarebbe poi un altro, la montagna da oltre un miliardo di crediti di Atac (solo l’Ama ne vanta 1,1 miliardi) mezzo dei quali solo verso Regione e Comune, il suo azionista.
Mentre però la giunta di Virginia Raggi vive l’ennesimo momento critico, occorre tenersi aderenti alla realtà e capire se e come Atac può uscire dal baratro. Al di là del polverone politico insomma, qual’è il futuro industriale di Atac, ammesso che ce ne sia uno?
Le soluzioni sono essenzialmente tre. Il concordato preventivo, il fallimento e la vendita. La prima e la terza sono quelle più industriali, la secondo sarebbe la naturale evoluzione di un’azienda tra le più disastrate d’Italia.
Il concordato preventivo è una procedura sotto la supervisione del tribunale fallimentare, che prevede spalmatura e taglio del debito contestualmente al risanamento della società. È la soluzione che l’ex dg Rota aveva individuato da subito come l’unica possibile per garantire un futuro ad Atac e che il Comune aveva anche approvato, salvo poi cambiare idea e accantonarla. Il concordato garantirebbe continuità all’azienda: i creditori incassano il dovuto, a piccoli bocconi s’intende, e in cambio garantiscono le forniture. Ma serve l’intesa azienda-creditori, altrimenti non se ne fa nulla.
L’alternativa sarebbe la cessione dell’azienda a un player in grado di rilanciarla. E qui potrebbero entrare in gioco le Ferrovie, da sempre interessate al Tpl romano. Soluzione però che incontrerebbe un doppio muro. Quello della Raggi ma soprattutto dei sindacati che di vendita o cessione di asset non vogliono sentire parlare.
L’ultima strada è il fallimento. Ipotesi non così lontana visto e considerato che il governo, come ribadito dal ministro dei Trasporti Graziano Delrio, non ha la benchè minima intenzione di intervenire, mettendoci soldi. Una ricapitalizzazione, insomma, appare lontana. La politica vorrebbe evitare tutte e tre le soluzioni in campo ma arriva un punto in cui il mercato e soprattutto i numeri valgono più della prima. E, a conti fatti, il concordato sembra essere la strada prescelta. Aspettando il bilancio, se mai arriverà.