Il caso Montesi, uno scandalo italiano che coinvolse la politica negli anni ’50

E' tempo di gialli e di riaperture di cold case che attirano l'attenzione del pubblico e dei media. Ma un caso, ancora in b/n, resta nell'ombra quasi a non voler rimescolare le carte ingiallite di quello che fu un grande scandalo dell'Italia del dopoguerra: il caso Montesi

Da tempo le vacanze d’estate fanno rima con la lettura più tipica di questo periodo: il giallo/crime/noir. Le case editrici lo sanno bene  e promuovono molti gialli, vecchi o nuovi che accompagnati alla nascita di periodici dedicati rendono la scelta sempre più ampia e articolata.

Da circa 20 anni è stata fondata l’Unità Delitti Insoluti (UDI) della Polizia di Stato che usando tecniche innovative e ignorate nel passato si occupa di riaprire i cold case più intricati; sicuramente, ad oggi, fra i più impattanti è il delitto di Garlasco che naviga ancora in acque non trasparenti, mentre per quello di Nada Cella si è arrivati ad assicurare l’assassino alla giustizia.

Ma uno, in particolare lascia un grande punto di domanda per l’opinione pubblica e la giustizia stessa. Un caso in b/n che sconvolse Roma e l’Italia stessa negli anni ’50 e che mescolò, nelle giuste dosi, cronaca nera, politica, alta società, sesso, droga e stampa scandalistica, diventando uno dei più grandi scandali della storia italiana del dopoguerra.

Wilma Montesi uscì nel pomeriggio del 9 aprile 1953 e il corpo venne ritrovato l’11 aprile sulla spiaggia di Torvaianica nella zona di Capocotta. Subito e ad un primo esame del cadavere alcuni medici legali notarono incongruenze: lo stato del cadavere non sembrava combaciare perfettamente con i tempi dichiarati, il corpo appariva relativamente conservato, certe condizioni della pelle e dei vestiti fecero ipotizzare che fosse rimasto in acqua meno del previsto. Tempi lontanissimi e accertamenti quasi artigianali. Ai giorni del caso Montesi, all’inizio degli anni Cinquanta, le indagini si muovevano con strumenti che oggi sembrano quasi artigianali. Per quanto la Polizia Scientifica fosse già operativa non esistevano: DNA, intercettazioni e niente Luminol; si lavorava soprattutto su testimonianze, fotografie, pedinamenti autopsie tradizionali e tanta intuizione investigativa. Gli scambi fra le varie parti erano lenti, battute a macchina con carta carbone e questo generava errori e prestava il fianco a interferenze dall’esterno. Il caso di Wilma Montesi ha, però, segnato il classico giro di boa nella comunicazione giornalistica: piste, insinuazioni (oggi definite suggestioni), sospetti e tantissime visioni personali che spesso seguivano i rumors dell’opinione pubblica. La morte della povera Wilma aprì le porte a quelli che, potremmo definire “processi paralleli” dove la curiosità spesso morbosa del fruitore di notizie si autoalimenta spingendo la cronaca a osare sempre di più. Il mare era mosso e l’acqua non ancora della temperatura giusta per fare un pediluvio, poi seguito da un malore e dall’annegamento. Una morte naturale, insomma, come stabilirono le indagini, ma che di naturale, probabilmente non aveva nulla. La giovane aveva tanti sogni in testa: cinema, feste e mondanità, tutti lontani dalla vita che viveva. Allora Capocotta aveva una reputazione particolare: da un lato luogo selvaggio e isolato, dall’altro ritrovo discreto per persone che cercavano privacy lontano dalla città; un angolo fra il mare e la Capitale dove succedeva di tutto: droga, festini e incontri segreti. In quell’ aprile del ’53 nasce il mito”nero” di Capocotta che aspira, come in un vortice: aristocratici, ricconi e politici e proprio la presenza di questi ultimi porta il caso Montesi a diventare il vero scandalo nazionale del dopoguerra. La svolta arriva quando alcuni giornalisti insinuano che Wilma sia morta durante una festa tra sesso e droga in una tenuta aristocratico/politica sul litorale romano.
Entrò così in scena Piero Piccioni, noto compositore jazz e figlio di Attilio Piccioni, uno dei più potenti uomini politici democristiani del tempo. Secondo questo cambio di scena Wilma sarebbe stata invitata a feste molto frequentate e forse durante una di queste avrebbe assunto droghe e forse sarebbe morta proprio per questo. Il corpo fu abbandonato sulla spiaggia? gettato in mare? o trasportato poco lontano dal luogo dell’incidente? Una ridda di supposizioni mischiate a pressioni politiche che portarono a un nulla di fatto ma soprattutto all’assoluzione di Piero Piccioni. Il padre Attilio Piccioni* dovette dimettersi e vide crollare in poco tempo la sua carriera politica e la quasi certezza di diventare, a breve, il nuovo capo di governo.

* Attilio Piccioni era uno dei più importanti dirigenti della Democrazia Cristiana e, al momento della morte di Wilma Montesi nel 1953, ricopriva la carica di Vicepresidente del Consiglio dei ministri nel governo guidato da Alcide De Gasperi. Era considerato uno degli uomini più potenti del Paese e un possibile successore dello stesso De Gasperi.

© StudioColosseo s.r.l. - studiocolosseo@pec.it
Il Sito è iscritto nel Registro della Stampa del Tribunale di Roma n.10/2014 del 13/02/2014