Il caffè cinese prova a conquistare nuovi mercati e, in prospettiva, potrebbe trovare terreno fertile anche in città come Roma, dove accanto alla tradizionale cultura dell’espresso stanno crescendo caffetterie specializzate, torrefazioni artigianali e consumatori interessati a nuove origini e metodi di estrazione.
A farsi strada sui mercati internazionali sono soprattutto i chicchi dello Yunnan, provincia della Cina sud-occidentale conosciuta storicamente per il tè ma diventata negli ultimi anni uno dei territori emergenti nella produzione di caffè di qualità.
Il fenomeno è già evidente nell’Asia-Pacifico. Nei primi otto mesi del 2026 lo Yunnan ha esportato circa 11 mila tonnellate di caffè, per un valore di 450 milioni di yuan, circa 67 milioni di dollari. Nel 2025 i chicchi della provincia avevano raggiunto 43 Paesi e regioni, con Vietnam e Malesia tra i principali mercati asiatici.
A cambiare non sono soltanto i volumi, ma soprattutto la qualità. Le principali zone produttive – tra cui Pu’er, Baoshan, Lincang e Xishuangbanna – stanno sperimentando lavorazioni differenti, dal metodo naturale al lavato, dall’honey all’anaerobico. Il risultato è una gamma di profili aromatici molto ampia, con note che possono ricordare vino, uvetta, guava, tè e perfino anguria.
Una varietà che potrebbe incuriosire anche il pubblico romano. Nella Capitale l’espresso al bancone rimane un rito difficilmente sostituibile, ma negli ultimi anni si è affiancato un circuito sempre più attento allo specialty coffee, alla provenienza dei chicchi, alle tostature e alle preparazioni filtro. È proprio in questo segmento che un’origine ancora poco conosciuta come lo Yunnan potrebbe trovare spazio.
La crescita del caffè cinese racconta anche un cambiamento più ampio. La Cina, tradizionalmente associata al tè, sta sviluppando una propria cultura del caffè e contemporaneamente cerca di trasformarsi da grande mercato di consumo a Paese produttore riconoscibile a livello internazionale.
Dopo il Sud-est asiatico, i chicchi dello Yunnan stanno infatti arrivando anche più lontano. In Nuova Zelanda alcune torrefazioni hanno cominciato a utilizzarli nelle degustazioni e nei corsi di formazione, mettendoli a confronto con produzioni provenienti da Paesi storicamente associati al caffè, come Brasile e Colombia.
La sfida sarà garantire qualità costante, prezzi competitivi e continuità delle forniture. Ma la direzione sembra tracciata: lo Yunnan vuole costruirsi una reputazione tra le nuove origini mondiali del caffè. E chissà che, in un futuro non troppo lontano, accanto alle miscele brasiliane, colombiane o etiopi, nei locali specialty di Roma non diventi normale ordinare anche un caffè coltivato sulle montagne della Cina.