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Un Re Allo Sbando, parla Jessica Woodworth la regista del film

In sala il 9 febbraio dopo aver stregato pubblico e critica a Venezia. Woodworth dirige insieme al compagno Peter Brosens

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di Chiara Laganà | 2017-02-9 1/02/2017 ore 19:24
(ultimo aggiornamento il 9 Febbraio 2017 alle ore 12:57)

Jessica Woodworth presenta il suo film Un Re Allo Sbando

Un Re Allo Sbando arriverà in sala il 9 febbraio, in alcune città già dal’8, distribuito da Officine Ubu. Diretto da Jessica Woodworth e da Peter Brosens (anche sceneggiatori e produttori), il film è stato presentato oggi a Roma dalla co-regista del film. Un Re Allo Sbando era già stato presentato nella sezione Orizzonti di Venezia 73, dove fu accolto benissimo da pubblico e critica.

 

La storia surreale è quella del re fiammingo del Belgio, Nicolas III, che si trova bloccato a Instabul con il suo entourage e un documentarista, dopo che il suo Paese ha cessato di esistere a causa dell’indipendenza dei Valloni “perché erano stufi” dei Fiamminghi. Gli aerei, poi, non possono partire a causa di una tempesta solare ed ecco che il re, in incognito, e il suo entourage partono in viaggio e attraverseranno Bulgaria, Serbia e Montenegro per tornare a casa.

Un Re Allo Sbando esce in Italia subito dopo il Belgio, dove ha avuto due date diverse d’uscita per la Vallonia e le Fiandre, come ha specificato la regista Woodworth in un perfetto italiano. La tradizione del cinema belga è più severa, mentre King of Belgians, il titolo originale di Un Re Allo Sbando, è una commedia: “Anche i nostri film precedenti erano più oscuri, come La Quinta Stagione, noi crediamo che la tragedia e la commedia sono più simili”. A dare spunto a entrambi i registi e sceneggiatori, la crisi di governo del Belgio: “Abbiamo voluto questo passo, prima di fare La Quinta Stagione, abbiamo iniziato la scrittura nel 2011, con la crisi politica: siamo stati 589 giorni senza governo, tutto funziona lo stesso, non benissimo”.

A unirsi alla crisi politica, una calamità naturale, la nube che si creò dal vulcano islandese Eyjafjallajökull: “Il presidente dell’Estonia era rimasto a bloccato a Istanbul, c’erano le foto di lui e del suo entourage ad attraversare i Balcani senza protocollo, senza sicurezza, faceva benzina e ci ha fatto pensare ai vecchi tempi, quando lo spazio e il tempo avevano altri valori. E abbiamo pensato al re a fare un viaggio nell’anonimato, senza comunicazione, attraverso i Paesi dei Balcani, una regione molto complessa, partendo da Istanbul, la periferia dell’Europa, c’è una forza simbolica e immensa”.

Molta della forza di Un Re Allo Sbando è dovuta al suo cast, formato da attori professionisti che recitano quasi sempre senza copione e attori improvvisati. “Fin dall’inizio ho detto agli attori che non stavamo girando una commedia, con la forma del mockumentary volevamo rimanere nella credibilità. Andando avanti abbiamo cercato l’equilibrio, siamo stati molto attenti degli stereotipi: il popolo belga, la Turchia, l’Atomium”.

“La nostra intenzione era quella di non fare un film politico, è pieno di politica, ma non volevamo farlo. Il film è venuto così in modo naturale, intrinseco, la chiave per noi era di rimanere vicino sempre al re, attraverso gli occhi del documentarista Duncan Doyle. Potevamo andare all’oscuro, le guerre dei Balcani, parlando dei profughi, non volevamo fare questo, l’equilibrio l’abbiamo cercato nel montaggio”.Intanto la tragedia dei profughi “era diventata immensa, ma abbiamo cercato di rivelare il punto di vista di Duncan, volevamo rivelare delle cose, restando sempre nell’umorismo del re. Non è stato facile, fare una commedia è la cosa più difficile che ci sia”.“Tutti sono rimasti stupefatti dal nostro film: oddio, fa ridere la gente”, ha detto scherzando la regista, ma c’è stato moltissimo lavoro dietro: “Il tono di voce di Duncan Doyle, abbiamo lavorato molto su questo”.

 

Doyle è interpretato dall’attore fiammingo Pieter van der Houwen, il re Nicolas III è Peter van den Begin, Bruno Georis è Ludovic, il capo del protocollo, Louise Vancraeynest è Lucie, il capo dell’ufficio stampa del monarca, mentre Titus De Voogt è Carlos, il cameriere personale di sua Maestà.

Un Re allo sbando, Titus De Voogt

Titus De Voogt, il valletto del re in Un re allo sbando

La forza di Un Re Allo Sbando è anche affidata ai numerosi attori non professionisti del film: “Abbiamo girato la parte della Serbia e della Bulgaria tutto in un paese, e lì c’è un tipo divertente e ha interpretato il sindaco. È arrivato scalzo, e ha improvvisato tutto quello che dice”.

L’improvvisazione gioca un ruolo importante nel film, ha sottolineato la regista Jessica Woodworth: “Nella prima scena del film ci sono delle persone che puliscono le sfere dell’Atomium, il primo e unico giorno di riprese a Bruxelles ci ha dato questo regalo. Avevamo il film e abbiamo scelto di farlo seguendo la realtà, la realtà ci ha fatto un regalo e lungo tutte le riprese abbiamo avuto una serie di regali”.

Un Re allo sbando, riprese

Le riprese del film Un Re allo sbando

“Abbiamo girato Un Re Allo Sbando cronologicamente, in venti giorni, uno a Bruxelles, due a Istanbul e i restanti in Bulgaria, ma siamo rimasti sempre aperti alle improvvisazioni: il gatto che passa, la scena della cena in Serbia, abbiamo girato per 50 minuti”, ha continuato la regista.

Peter Brosens e Jessica Woodworth registi di Un re allo Sbando © Bart Dewaele

Un set in cui gli attori sono stati molto liberi, “abbiamo scelto di dare loro i copioni all’ultimo momento, mi è piaciuto togliere tutto”. Il cast si è abituato all’idea: “È stata un’esperienza bellissima anche per loro, non succede spesso a loro, sviluppare i personaggi e l’alchimia fra loro”.

Solo per il re e per il capo del Protocollo, c’è stato un po’ di lavoro previo: “Il re all’inizio era definito dal protocollo, poi diventa naturale. Soprattutto con improvvisazioni, soprattutto per Ludovic perché il suo personaggio influisce molto su altri”.

Un Re Allo Sbando, Bruno Georis

Bruno Georis è Ludovic Moreau in Un Re Allo Sbando

Un Re Allo Sbando è stato girato in fiammingo, francese, inglese: “Abbiamo cercato la sinergia fra le lingue, quando il re parla fiammingo o in francese, è molto delicato in Belgio. Lui parla un francese un po’ povero e lo usa in modo provocativo, in Belgio il tema della lingua è delicato, ne esistono tre dal 1920: tedesco, francese e fiammingo. Per questo il re conta eins, zeri, drei, abbiamo fatto un occhiolino ai tedeschi”. In una mitica scena del film si vede un monumento sovietico bulgaro: “Buzludzha è il monumento principale del Partito Comunista bulgaro, è stato costruito negli anni ’70, 80, l’hanno usato per dieci anni e poi è stato abbandonato. È impressionante e non si può filmare, molti lo vogliono distruggere, altri lo vogliono salvare, ma sta crollando. Si trova nel centro della Bulgaria, molto isolato, è molto interessante e molto delicato… non avremmo dovuto girare lì, ma il re è scappato!”, ha scherzato la regista.

 Un Re allo Sbando, monumento

Il monumento comunista bulgaro al centro di Un Re allo Sbando

Un Re Allo Sbando dopo aver percorso la Bulgaria, la Serbia e il Montenegro, spera di arrivare in Italia via mare, invece… “L’Italia è stata esclusa, dopo il loro giro tornano in Albania, ma il re non è ancora tornato a casa, forse…”.

Il nostro Paese forse arriverà nel sequel, ambientato sull’isola di Tito in Croazia: “Ci stiamo pensando, stiamo scrivendo, ma l’Italia ancora non ci sarà, forse il terzo”, scherza il film. Il sequel, a detta di Jennifer Woodworth, seguirà l’attualità: “L’umorismo è molto feroce e parliamo dell’estrema destra, bisogna parlare dell’attualità è necessario. L’arma principale di noi registi è la satira e la commedia”.

Il documentarista, narratore del film, rappresenta in un certo modo la voce della stampa del Belgio, una stampa che è ancora libera: “Per fortuna lo è, c’è ancora molta qualità, i giornalisti devono scrivere un po’ di tutto, ma l’immagine della famiglia del reale è controllata. Noi non li conosciamo, tutto è controllato. Il Re Filippo è un po’ maldestro”.

Un re allo sbando documentarista

Il documentarista ha il volto di Pieter van der Houwen

“Volevamo rinfrescare l’immagine del Belgio e del re, nessuno si aspetta qualcosa dal Belgio! C’è anche l’aspetto etico del giornalismo: come filmare, montare. Anche noi abbiamo avuto risposte alle nostre domande”, ha proseguito la regista.

Costumi bulgari per il sovrano belga in Un Re Allo Sbando

“Abbiamo realizzato dei documentari, c’è una battuta in cui si dice che la telecamera dà il diritto di entrare nelle vite degli altri. La storia del cecchino serbo era essenziale, perché il documentarista non fa uscire il suo film, c’è una certa integrità”.

Un Re allo sbando, re solo

La solitudine del re in Un Re allo sbando

Il re Nicolas III e il suo Belgio disgregato rappresentano in un certo senso tutta l’Europa: “L’Europa, il Belgio, gli Stati Uniti sono allo sbando, siamo rimasti stupefatti. Facendo film pensiamo sempre che sia l’ultimo, è tanto difficile e sacro farli. È un privilegio, ma per noi è una necessità, ogni film è realizzato con l’idea di raggiungere il pubblico, ci sono dei film tristi che funzionano bene. Facciamo commedia, film con i soldi pubblici per il pubblico, abbiamo uno spirito di responsabilità e raccontiamo cose importanti”.

“Il Belgio attraversa un periodo triste con gli estremisti, tutto quello che è successo, siamo coscienti che si deve comunicare di più con i giovani, non dobbiamo lasciare che la paura e l’odio marchino i giovani. Andiamo avanti con le cicatrici, ma andiamo avanti, lo spirito umano è più forte della paura e dell’odio. Attraversiamo una fase molto pericolosa… anche con questo Trump, dobbiamo tutti essere creativi, coscienti, dobbiamo parlare con i giovani per non essere confrontati con una crisi mondiale”.

Se il Belgio rappresenta la disgregazione dell’Occidente, il cecchino serbo ex campione olimpico a Sarajevo è l’emblema dell’instabilitaà dei Balcani, dilaniati dai conflitti: “Non era facile per un attore fare questo ruolo, questo poteva distruggere la sua carriera” A interpretarlo Goran Radakovic “ci siamo incontrati molte volte, abbiamo bevuto molta rakia e abbiamo costruito insieme il suo personaggio, arrivato il momento dell’intervista, lui ha recitato senza copione. Ha parlato per 20 minuti, ne abbiamo usati solo sei: non volevamo tagliare oltre. Andava rispettata la logica interiore del film”.

Un Re Allo Sbando, Balcani

L’intervista al reduce dei Balcani in Un Re Allo Sbando

Al centro del film c’è il re del Belgio, ridotto prima a fantoccio vittima del protocollo, e poi finalmente libero. Il film non voleva essere una riflessione sulla monarchia: “Non siamo né pro, né contro, è la cosa che unisce più i belgi, costa molto, questo mi fa arrabbiare. Esiste molta distanza fra noi e loro, questo mi dà fastidio, ma il Belgio ne ha bisogno”.

“Il calcio e la birra non sono sufficienti, non siamo uniti dalla lingua, siamo uniti da tutto ciò che non siamo: non siamo francesi, olandesi o tedeschi. È una cosa molto vecchia, abbiamo bisogno di eroi, vogliamo vedere un re che c’ispira. Un presidente, una figura del genere manca oggi, ma i fiamminghi non l’apprezzano, in Vallonia, invece, sì. Non sparirà, e il Paese non si separerà.

Anche nel film di Peter Brosens e Jessica Woodworth, come in Vi presento Toni Erdmann, hanno un ruolo i kukeri, le pelose maschere bulgare: “È stata una coincidenza, sono delle maschere che servono per scacciare gli spiriti maligni e vengono fuori a gennaio. Fanno paura, sono molto rispettate in Bulgaria e puzzano. Gli attori non sapevano che arrivassero e abbiamo filmato la loro reazione”.

Un Re Allo Sbando è un piccolo capolavoro, uscirà in alcune città l’8 e in tutta Italia il 9 febbraio, poche copie ma non perdetelo!

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Giornalista, Truffaut mi ha fatto innamorare del cinema. Scrivo anche di TV, arte, serie TV, disabilità e musica

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