Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, e quello della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, figurano tra gli indagati dalla Procura di Roma per le operazioni condotte da Israele contro le due missioni della Global Sumud Flotilla dirette verso la Striscia di Gaza, tra settembre e ottobre 2025 e tra aprile e maggio 2026. L’inchiesta, avviata dopo un esposto di 50 cittadini italiani che avevano partecipato alle spedizioni, riguarda ipotesi di reato che comprendono tortura, sequestro di persona, lesioni personali, rapina e danneggiamento seguito da naufragio. Secondo quanto comunicato oggi dalla Procura capitolina, gli accertamenti hanno permesso di ricostruire la catena di comando militare e di polizia israeliana coinvolta nelle operazioni, oltre alle modalità degli abbordaggi e alle condizioni di detenzione degli attivisti. Le indagini, affidate al Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei Carabinieri, hanno riguardato anzitutto l’intercettazione delle imbarcazioni in acque internazionali. Secondo la ricostruzione della Procura, gli abbordaggi sarebbero avvenuti in violazione del diritto internazionale marittimo e sarebbero stati accompagnati dalla distruzione delle apparecchiature utilizzate per trasmettere immagini in diretta e dal sequestro dei dispositivi elettronici dei partecipanti. Gli attivisti erano stati successivamente trasferiti nel porto israeliano di Ashdod e, in parte, nel carcere di Ktzi’ot, nel deserto del Negev. La Procura riferisce di aver accertato percosse, lesioni, minacce di morte, insulti e accuse di terrorismo rivolte a numerosi partecipanti. Gli investigatori hanno inoltre documentato, secondo la nota, la privazione di generi alimentari essenziali, la mancata assistenza medica, condizioni igienico-sanitarie precarie e la privazione del sonno. Sarebbe stata riscontrata anche l’assenza di un’adeguata assistenza legale e l’impossibilità di comunicare tempestivamente con le rappresentanze diplomatiche e con i difensori.
Israele ha respinto in precedenti occasioni le accuse di maltrattamenti nei confronti degli attivisti della Flotilla. Il ministero degli Esteri israeliano ha sostenuto che il blocco navale di Gaza costituisce una misura di sicurezza volta a impedire il trasferimento di armi e materiali destinati ad Hamas e che gli organizzatori delle missioni avevano rifiutato la possibilità di consegnare gli aiuti attraverso i canali autorizzati. Le autorità israeliane contestano inoltre la tesi secondo cui il blocco sarebbe contrario al diritto internazionale, richiamando anche il rapporto Palmer delle Nazioni Unite del 2011, che ne riconobbe la legittimità nel contesto allora esaminato. Tale interpretazione è però contestata dagli organizzatori della Flotilla e da organizzazioni per i diritti umani. Anche sulle condizioni di detenzione le autorità israeliane hanno fornito una ricostruzione opposta a quella degli attivisti. Il ministero degli Esteri ha respinto le accuse di torture e trattamenti degradanti, mentre il 24 maggio scorso le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno dichiarato di non aver riscontrato episodi di violenza o tortura contrari ai propri protocolli, sostenendo che le operazioni erano state condotte nel rispetto delle procedure e dei diritti dei fermati. Le Idf avevano inoltre assicurato che eventuali denunce circostanziate sarebbero state esaminate.
Le indagini italiane hanno riguardato anche la seconda missione della Global Sumud Flotilla, svoltasi tra aprile e maggio 2026. Secondo la Procura, le testimonianze raccolte hanno evidenziato il ripetersi delle stesse condotte, con modalità ancora più violente, tra cui percosse al buio, impiego di dispositivi elettrici immobilizzanti e uso di proiettili di gomma contro i partecipanti. Su quest’ultimo punto, nel maggio scorso, un portavoce israeliano aveva negato che fossero stati sparati colpi contro gli attivisti, riferendo dell’impiego di mezzi non letali contro un’imbarcazione, dopo ripetuti avvertimenti, senza provocare feriti. Nel giugno 2026 la Procura di Roma ha presentato a Israele una richiesta di assistenza giudiziaria internazionale per acquisire ulteriori elementi utili all’accertamento delle responsabilità. L’inchiesta ha portato all’individuazione dei principali responsabili della catena di comando israeliana. Per la prima missione, oltre ai ministri Katz e Ben Gvir, sono indicati il capo di Stato maggiore delle Idf, generale Eyal Zamir, l’allora comandante della Marina David Saar Salama, il capo di Stato maggiore della Marina Tal Politis, il comandante del reparto speciale Shayetet 13, Eldad Borochovich, e il responsabile della base navale di Ashdod, Eitan Paz. Per le operazioni di terra, la Procura ha ricostruito le responsabilità organizzative dei vertici della Polizia israeliana e del sistema penitenziario, tra cui Daniel Levy, Kobi Yaakobi e i comandanti delle unità incaricate della custodia e del trasferimento dei detenuti. Per la seconda missione, le differenze riguardano principalmente i vertici della Marina. Le autorità giudiziarie italiane hanno inoltre partecipato a una riunione di coordinamento presso Eurojust, l’agenzia dell’Unione europea per la cooperazione giudiziaria, alla luce dell’esistenza di indagini analoghe in altri Paesi europei.