Gli stranieri amano Roma ma c’è ancora troppo razzismo

Indagine delle Acli in vista delle amministrative: il 73% degli immigrati residenti non frequenta il proprio quartiere

Migranti in Italia
Migranti in Italia

Roma è una città attrattiva per gli stranieri, per gli immigrati, ma non troppo. Lo è  motivi di lavoro (51%), ma anche per ricongiungimento famigliare (23%). Non mancano, però, le problematiche: il 35%, infatti, sostiene che andrebbe posto rimedio al problema del razzismo. Sono questi alcuni dati resi noti dalle ACLI di Roma e provincia nel corso del terzo appuntamento online, dedicato proprio agli stranieri, del “Cantiere Roma”, l’iniziativa promossa in vista delle elezioni amministrative del 2021, con l’obiettivo di delineare, attraverso sei web talk, la città di oggi e di domani vista dai cittadini, quindi partendo dall’ascolto dal basso.

Le Acli hanno voluto confrontarsi i cittadini stranieri regolari, a Roma sono circa 347.000, il 12,3% della popolazione, una piccola città nella città. I servizi offerti nel 2020 hanno raggiunto 15.000 stranieri di 126 nazionalità, attraverso progetti e iniziative di aiuto, orientamento e sostegno. Un ascolto che ha trova riscontro anche dai risultati del questionario sottoposto a oltre 600 immigrati residenti nella Capitale.

Da questi, è emerso anche come il 48% degli intervistati dichiara di essersi sentito abbastanza accettato, seguito dal 26% che si è sentito molto accolto, e dal 16%che si è sentito moltissimo parte integrante della città. Al loro arrivo in città le difficoltà più grandi sono state legate alla lingua (per il 49%), e alla mancanza dei familiari (32,8%), mentre la mancanza di lavoro scende al terzo posto (20,5%). Nei fatti Roma continua a risultare una città poco attraente. 

I problemi principali riscontrati nella città, poi, simili a quelli delle persone nate a Roma: l’87% vorrebbe aumentare il livello di pulizia, il 79% aumentare le possibilità lavorative soprattutto per lavori “di qualità” che garantiscano maggiori tutele e diritti, mentre il 62% desidera un miglioramento dei servizi pubblici, dai mezzi di trasporto alla possibilità degli uffici amministrativi di ricevere informazioni in lingua (almeno nelle principali). Risulta anche, però, che gli stranieri, così come rilevato sempre dalle ACLI di Roma per i giovani, non partecipano attivamente alla vita di quartiere: ben il 73%, sostiene di non prendervi parte.

«Portiamo avanti con questo cantiere – dichiara Lidia Borzì, presidente delle ACLI di Roma e provincia – uno stile, quello di lavorare “con” e non lavorare “per”. In questo caso, questo approccio è particolarmente importante perché siamo convinti che per superare finalmente differenze e diffidenze è necessario conoscersi e gli incontri rappresentano sempre un arricchimento. Il primo passo per una vera inclusione è una nuova narrazione, che non deve edulcorare i problemi, che pure ci sono, ma che consenta di ampliare lo sguardo su tutta la ricchezza che portano gli stranieri, che va riconosciuta e valorizzata. Ad esempio, a Roma sono quasi 70.000 le imprese gestite da stranieri, e circa 35 mila lavoratori italiani sono alle dipendenze di un imprenditore immigrato nella Capitale».

«Abbiamo individuato – aggiunge Borzì – quattro linee di intervento, che uniscano la concretezza e l’urgenza a uno sguardo lungimirante verso una visione di città aperta, accogliente, solidale. La prima è far diventare Roma una città multilingue, con un multilinguismo a doppia mandata per stranieri, lingue straniere per gli italiani e italiano per gli stranieri, e un multilinguismo “urbano”, che venga utilizzato anche per le segnaletiche. Poi dare maggiore forza al lavoro dignitoso, riconoscere sempre di più il diritto fondamentale alla casa, anche per gli stranieri, e infine favorire la partecipazione civica, essenziale per aumentare le relazioni».

«Vogliamo infine – conclude Borzì – chiedere tre interventi ai candidati sindaco per la Capitale: il lancio di una carta dell’accoglienza, attraverso magari un portale web, che fornisca agli stranieri orientamento e accesso ai servizi. Poi chiediamo un gesto simbolico, perché sappiamo che la legislazione in materia non è di competenza comunale: un ordine del giorno nel primo consiglio comunale che riconosca l’importanza e l’urgenza dello Ius Soli. Infine, chiediamo un patto di prossimità, in grado di rigenerare i quartieri dal basso e permettere così di riacquistare le relazioni vive, fondamentali per trasformare la presenza di ogni singolo cittadino in partecipazione attiva, all’insegna della reciprocità”.


 

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