Il Tevere tra mito e storia 

Dal re Tiberino passando per la "genitor urbis" di Virgilio, fino al monte Fumaiolo di Benito Mussolini: come il fiume non ha mai smesso di incantare

Veduta del Tevere prima della costruzione degli argini. Porto di Ripetta sec XIX photo credit:

Senza il Tevere non ci sarebbe Roma. Ne erano convinti molti autori antichi da ipotizzato che addirittura il nome stesso della capitale derivasse da quello di Rumon, l’antico nome del Tevere.

Secondo la tradizione il nome attuale – Tevere – deriva da re Latino degli Albani, Tiberino, morto nelle sue acque, ma il legame con la fondazione di Roma resta intatto: non a caso nell’Eneide Virgilio definisce il fiume il “genitor urbis”, mentre nella leggenda di Romolo e Remo i mitici fondatori di Roma sono trasportati dalle acque del Tevere in una cesta.

Il letterato latino Varrone racconta che un tempo il fiume era chiamato Albula, per via dal suo colore chiaro, mentre i poeti gli affiancano l’epiteto “flavus”, che in latino significa biondo: non a caso ancora oggi diciamo il “biondo Tevere”, alludendo al colore giallognolo delle sue acque.

Anche se il nome del Tevere è legato alla città di Roma, il fiume è parte del paesaggio di quattro regioni. Nasce infatti dal monte Fumaiolo, nell’Appennino tosco-emiliano e bagna poi la Toscana, l’Umbria e il Lazio.

Fino all’epoca fascista, in realtà, attraversava solo tre regioni, perché il territorio intorno al Monte Fumaiolo faceva parte della Toscana e non dell’Emilia-Romagna. Fu Benito Mussolini, per potere dire che il fiume era romagnolo come lui, a spostare i confini del comune (allora) toscano di Verghereto, dove si trova il monte Fumaiolo.

 

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