Tragedia Ponte Morandi, un anno dopo

Il ricordo, il dolore e la rabbia per quel disastro che poteva e doveva essere evitato bruciano sempre di più. Emergono negligenze e il lassismo istituzionale è vergognoso

Il ponte Morandi dopo il crollo

Piove forte e tira un gran vento sulla Liguria. Fa anche freddo. Il maltempo era annunciato ma assolutamente inattesa una simile intensità. Le spiagge sono deserte, strade vuote e shopping rimandato. Non c’è in giro nessuno. Solo i bar sono affollati come fossero rifugi e consolazioni: chi prende un caffè, chi invece opta per l’aperitivo. Intanto si chiacchiera fra sconosciuti.

E’ il 14 agosto 2018. L’orologio segna le 11,36.

Poi improvvisamente sui maxi schermi dei locali appaiono delle immagini confuse, dove la pioggia battente e il cielo basso e grigio si confondono con una grande nebbia fatta di polvere e detriti.

E’ difficile decifrare cosa e dove sia accaduta una cosa tanto tragica.

Di colpo una voce grida “ma è il ponte di Genova, il Morandi, il nostro ponte“.

E quella voce quel grido, subito, diventano un suono grave e comune.

Sotto le immagini, sempre più confuse, scorre il rullo che dà le prime notizie. E’ come se il mondo si fermasse, perché tutti pensano che non può essere vero, che non può essere capitata una cosa del genere senza una causa importante ed evidente.

Parte la conta dei morti e con quella la ridda delle supposizioni della gente di strada.

Il Morandi si è spezzato, così all’improvviso sotto le auto di chi transitava in quel momento per una maledetta fatalità.

Il traffico pesante era fermo per favorire l’esodo delle vacanze e su quelle due corsie viaggiavano persone e non certo autoarticolati. Per tutta la giornata la TV ha mandato in onda gli aggiornamenti e le prime foto.

Il numero dei morti continua ad aumentare. Partono le prime dichiarazioni dei politici e le dirette da studio con “esperti” raccolti al volo.

Una tragedia inaccettabile” la definisce il Presidente Mattarella. E invece la dobbiamo accettare perché, in questo disastro (come in qualsiasi catastrofe) manca, purtroppo, il tasto “cancella”.

I tanti caseggiati che sono vissuti e costruiti all’ombra del Ponte vengono sgomberati d’urgenza. Gli abitanti se ne vanno, così come sono, senza prendere con sé nulla.

Nuovi sfollati, nuovi profughi in fuga dalle stanze di una vita. Torneranno a gruppetti per mettere insieme gli oggetti necessari per sopravvivere. Nelle loro case probabilmente non torneranno mai più.

Non vogliamo continuare con quella che fu la sfilata dei politici, con le  promese, i sopralluoghi, con le colpe e i “maneggi”.

Solo da pochi giorni il Morandi è stato definitivamente abbattuto (ora bisogna rimuovere le macerie) e dalle alture il paesaggio e il mare son diversi.

Le vittime sono 43, fra adulti e bambini e verranno ricordate con una cerimonia ufficiale mercoledì 14 agosto in mattinata.

Seguiranno i soliti brevi discorsi, che nulla possono aggiungere o togliere alla tragedia.

Alle 11,36 ci sarà il classico minuto di silenzio mentre le campane di Genova suoneranno a lutto.

I parenti delle vittime, come fecero un anno fa, si riuniranno in separata sede come alcuni comitati di sfollati.

Forse questa assenza è la risposta più giusta e perentoria alle tante mancanze delle Istituzioni che affidano la loro forza e credibilità alle poche ore della commemorazione. Secondo chi scrive: la vergogna e la colpa si aggiungono così alla vergogna e alla colpa della reiterata cattiva gestione e di un tornaconto personale e freddamente goduto.

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