Campidoglio: Raggi cala il sipario con “disappunto”  

L'assemblea straordinaria sui poteri per la capitale, atto finale della consiliatura 5 Stelle, si conclude fra le urla. La sindaca lascia malamente. Tra quarantacinque giorni le elezioni 

Piazza del Campidoglio

Insulti, urla e strepiti. La consiliatura Raggi si chiude così, con un’ingloriosa seduta straordinaria sui poteri per Roma Capitale. Il teatrino – scrive ‘La Repubblica’ – va in scena online, in videconferenza, alla presenza di deputati e senatori.

L’ex maggioranza grillina, ridotta all’osso, è sulla difensiva. Morde per non essere più morsa. E, nel giorno in cui si sarebbe dovuto parlare del futuro asset to amministrativo della Città Eterna  riscopre il gusto per la polemica da bar. «Buffoni! Vergogna!», esplodono gli scranni virtuali pentastellati. Una colonna sonora su cui si poggia l’intervento (in extremis) della prima cittadina: «Devo essere onesta, – esordisce –  ho ascoltato il dibattito per capire se ci fossero ulteriori mozioni e proposte. Invece oggi abbiamo assistito a un’inutile duplicazione di un dibattito già ascoltato nelle sedute precedenti». Quindi il cuore dell’intervento: «Si è persa l’occasione per parlare di provvedimenti più utili alla città. A 45 giorni dalle elezioni, questo consiglio non aggiunge nulla. Si è preferita una seduta di facciata alle riforme importanti per la città. Vorrei fosse registrato il mio disappunto».

L’inquilina del Campidoglio si riferisce alla delibera sulle partecipate non discussa martedì per il voto contrario delle opposizioni. E a tutti gli altri saltati a causa di quello che i pentastellati definiscono «mero ostruzionismo elettorale». Senza, però, guardare alla realtà e ai regolamenti: ieri era giornata di assemblea straordinaria.

Il tempo per votare mozioni, ordini del giorno, memorie e delibere è finito formalmente martedì. Non ce ne sarà più: da oggi si possono discutere solo documenti urgenti, atti non procrastinabili come quelli sul bilancio. Stop alla politica. Il viaggio grillino è al capolinea. E a scandirlo, guardando a ritroso, sono i numeri collezionati dalla sindaca Raggi e dalla sua ciurma.

Partiamo dalla giunta; la prima cittadina ha cambiato 32 assessori in 5 anni. L’unica superstite – ma comunque costretta a passare dal dossier Trasporti a quello relativo ai Lavori pubblici – è Linda Meleo. Poi ci sono i manager delle municipalizzate più importanti. Se ne contano una ventina, segno che il governo dei servizi offerti dal Comune ai cittadini è stato tutt’altro che sereno.

Infine il gruppo in aula Giulio Cesare. Il Movimento 5 Stelle era partito con 29 consiglieri, una maggioranza granitica. Destinata però a sfaldarsi. Prima è arrivato l’addio Cristina Grancio in polemica sullo stadio a Tor di Valle. Poi, dopo di lei, è stato il turno di Moni ca Montella, Agnese Catini, Gem ma Guerrini, Simona Ficcardi e del club dei quattro presidenti. Via, tutti insieme, Enrico Stefano, Donatella lorio. Angelo Stumi e Marco Terranova. Un tracollo che ha costretto i 5S ai salti mortali. Possibili solo con l’appoggio delle opposizioni.

Una stampella venuta meno proprio sul finale.

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