Il Tavolo su Roma forse è già stato dimenticato

A un mese dalla prima riunione non c'è ancora traccia della seconda convocazione per associazioni ed enti locali. Ma le elezioni sono vicine

Virginia Raggi

Il tavolo su Roma finisce già nel pantano. Dopo il primo round dello scorso 17 ottobre (qui l’approfondimento di Radiocolonna.it), chiuso con tanta carne al fuoco, tra promesse di rilancio e 3 miliardi tirati fuori dai cassetti di Regione e Campidoglio, ci si aspettava una nuova convocazione intorno alla metà di questo mese, per entrare in quella che molti dei partecipanti al tavolo hanno definito “fase operativa”.

E invece ancora nulla. Almeno per questa settimana. Molte degli enti e delle associazioni locali coinvolti nel rilancio (Camera di commercio, Unindustria, Confcommercio e sindacati), non avrebbero infatti ancora ricevuto la lettera per la seconda convocazione del tavolo imbastito dal ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, ai primi di ottobre. E questo nonostante, come dato conto nei giorni scorsi da Radiocolonna.it lo stesso responsabile dello Sviluppo abbia voluto imprimere un’accelerazione ai lavori. Ma allora che cosa è successo? Perchè della seconda convocazione non si è più saputo nulla del tavolo su Roma?

Ufficialmente dal dicastero di Via Veneto trapela la volontà di approfondire ulteriormente i documenti, le proposte e i dossier acquisiti nel corso della prima riunione. Tuttavia, c’è già chi vede lo spauracchio dell’ennesimo tentativo a vuoto di salvare la Capitale dai suoi guai. Pensare che un timing dei lavori sul tavolo per Roma era stato fornito, poche settimane fa, anche dal presidente di Unindustria, Filippo Tortoriello. “I tavoli tecnici stanno lavorando per affinare alcuni aspetti, il 17 novembre si avvierà la fase operativa dei vari progetti. Le cose procedono per il meglio”, aveva detto.

Le proposte d’altronde sono sul tavolo da un pezzo: mobilità, tlc, innovazione e competitività le direttrici della concertazione.  Competitività che passa inevitabilmente per le crisi industriali che hanno colpito il Lazio in questi mesi, sfilacciando sempre più un tessuto produttivo già provato dagli anni di crisi. Al netto di Alitalia (con la bocciatura del referendum e l’avvio del commissariamento si è materializzato lo spettro di 2 mila esuberi, più mille nell’indotto), c’è Sky, con lo spostamento della sede del Tg a Milano e 120 esuberi, Ericsson, con centinaia di lavoratori a rischio. E ancora AciInformatica, Exxon Mobil, Mediamarket (Gruppo MediaWorld e Saturn: elettrodomestici, informatica e telefonia) e Carrefour.

Adesso però c’è da fare in fretta. Le elezioni sono dietro l’angolo ed è difficile immaginare che il tutto rimanga in piedi se Calenda dovesse andare via da Via Veneto. Va salvato quanto di buono è stato fatto fin qui. Ancora poco.

 

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