Lo spillo / Il caso Acea che imbarazza (e non poco) il M5S

Lanzalone fu scelto dalla Raggi. O dal Movimento, poco importa. Ora la domanda è: come uscire puliti dal pantano dello stadio?

Virginia Raggi vince o perde con lo stadio della Roma. Il tintinnio di manette, tanto per citare un’espressione di scalfariana memoria (erano gli anni di Mani Pulite), che in questi giorni di caos romano si sente rumoreggiare per le via della Capitale, mette Virginia Raggi in una situazione piuttosto scomoda. Luca Lanzalone, presidente di Acea, si è appena dimesso dal vertice della prima società del Campidoglio in termine di grandezza e fatturato.

Un manager imposto dala sindaca a capo di Acea, che di sua sponte, ma anche sollecitato da Luigi Di Maio, capo del partito della Raggi, ha fatto un passo indietro. Chi sbaglia deve pagare, giusto, ma se le teste che saltano sono quelle di chi è ai posti di comando delle maggiori società partecipate da un’amministrazione, quest’ultima può provare quantomeno dell’imbarazzo.

E allora, qui il dilemma, premesso che nessuno è colpevole finché non è condannato, che fare? Difendere Lanzalone? O no? Certo, Raggi si è affrettata a dire che Lanzalone non fu scelto da lei ma dalla Casaleggio Associati, primo embrione grillino. Se così fosse, l’imbarazzo cambia collocazione, ma la sostanza non cambia. Dalla Raggi si passa al Movimento Cinque Stelle. Ma il dilemma, difendere i propri manager o scaricarli al primo colpo di vento, rimane.

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