Roma: 4 mila nuovi alloggi popolari entro il 2026

via libera al piano casa in Campidoglio

Entro il 2026 ci saranno 4 mila nuovi alloggi popolari a Roma. Si aggiungono al patrimonio esistente: 48 mila unità gestite dall’Ater regionale e 33 mila controllate dal dipartimento comunale per l’Edilizia residenziale pubblica. Il totale delle case popolari disponibili salirà così a 85 mila unità. È il provvedimento principale, insieme al recupero di alcuni edifici occupati (Porto Fluviale, Spin Time e Maam), previsto nel piano casa approvato dall’Assemblea capitolina. A oggi, nella Capitale, secondo l’ultimo aggiornamento della graduatoria, ci sono 15.585 nuclei familiari in attesa di una casa popolare. E sul totale del patrimonio esistente, 81 mila unità, quasi 11 mila e 400 alloggi risultano occupati o comunque chi vi abita non è del tutto in regola: si tratta di 4.300 case gestite dal Comune e 7.081 gestite dalla Regione.

L’innesto di 4 mila nuovi alloggi, per questo – secondo sindacati e associazioni degli inquilini – è insufficiente a soddisfare la richiesta in una città in cui si verificano 7-8 sfratti al giorno, per lo più per morosità incolpevole. E in cui ci sono circa 150 mila persone che lamentano difficoltà con l’accesso al diritto all’abitare: si stima che di queste tra le 15 e le 17 mila vivano in occupazioni informali. È il caso di Spin Time e Maam, e di uun’altra ventina di edifici inseriti in una lista di sgomberi della prefettura. Per queste due strutture il modello di riferimento sarà quello adottato per l’ex caserma di via del Porto Fluviale e fortemente contestato dal centrodestra. L’edificio, con 11 milioni di euro del Pnrr, è stato acquisito a patrimonio comunale e sarà riqualificato: negli alloggi avranno la precedenza le famiglie che a oggi ci vivono dentro in occupazione.

Secondo l’assessore alle Politiche abitative Tobia Zevi, però, l’acquisto di nuovi alloggi e il recupero delle occupazioni vanno inseriti nel più ampio contesto del piano appena approvato, che si articola su quattro linee direttrici. Alle prime due si aggiunge: “La riforma del welfare abitativo, ad esempio un assegno universale che sia in grado di sostenere quanti rischiano di perdere la casa aiutandoli a uscire dalla difficoltà in cui si trovano” e “l’individuazione di nuovi strumenti come l’Osservatorio sulla condizione abitativa e Roma e l’Agenzia sociale dell’abitare per rispondere ai nuovi bisogni”, ha spiegato Zevi. Accanto a questi strumenti si dovrà valutare l’ipotesi di una revisione della normativa regionale, nel passaggio in cui si consente a chi ha redditi alti di permanere nell’alloggio popolare concordando un nuovo canone. In ballo c’è anche l’idea di un’acquisizione, da parte del Comune, dell’Ater regionale in modo da centralizzare la gestione delle case popolari nel territorio romano.

Il presidente della Regione, Francesco Rocca, già ha fatto sapere: “Abbiamo scoperto persone che hanno redditi dichiarati superiori ai 300 o ai 100 mila euro e non hanno diritto a un alloggio popolar, vanno sgomberati”. Dalla maggioranza capitolina, il presidente della commissione Politiche abitative, Yuri Trombetti del Pd, ha sollecitato: “Rocca ha fatto dichiarazioni che abbiamo apprezzato. Sugli sgomberi si parta da chi ha i famosi Suv parcheggiati nei lotti delle case popolari. Le case vanno date a chi ne ha diritto”. Questioni che, tuttavia, saranno affrontate nel tavolo Comune-Regione-Prefettura che verosimilmente si insedierà a settembre.

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