Turismo, così l’Italia spreca (ancora) troppo

Il divario con la domanda si è assottigliato, generando una perdita rispetto ai guadagni potenziali valutabile in circa 1,5 miliardi all'anno in media. Studio Bankitalia

Il turismo italiano è tornato a crescere, con flussi internazionali in salita e spesa media in aumento. Ma spreca ancora tanto, nonostante il ruolo trainante di Roma. Peccato perché si tratta di un settore che vale il 5% del Pil e oltre il 6% degli occupati del Paese. Nonostante ciò, gli squilibri tra una parte e l’altra del Paese rimangono molto alti e, anche se non abbiamo rivali nell’intercettare coloro che viaggiano spinti da un forte interesse per l’arte e la cultura, continuiamo ad essere carenti nello sviluppo di segmenti ad alto valore aggiunto come il turismo congressuale e fieristico.

Questi i dati principali contenuti nel rapporto Turismo in Italia. Numeri e potenziale di sviluppo presentato oggi a Roma da Bankitalia. Il report sottolinea come l’Italia sia tra i paesi “di più antica vocazione turistica”, con un patrimonio artistico e naturale senza eguali: basti pensare che con 54 su 1.092 siti Unesco totali, il nostro è il primo Paese per luoghi riconosciuti come patrimonio dell’umanità. Per anni però questo tesoro non è stato sfruttato e ancora oggi il quadro presenta tinte in chiaroscuro.

Nell’ultimo ventennio la quota del mercato turistico italiana si è dimezzata, passando dal 7 per cento della spesa mondiale della prima metà degli anni Novanta al 3,4 per cento del 2017. “Il calo, pur se in parte fisiologico” e in parte legato all’affacciarsi di nuove mete a livello globale “è stato più intenso per il nostro Paese che per i principali concorrenti europei”. Tra la fine degli anni novanta dello scorso secolo e l’inizio di questo decennio, sottolinea via Nazionale, la spesa in Italia dei turisti stranieri è cresciuta molto meno non solo della spesa globale dei turisti internazionali, ma anche della domanda potenziale espressa dai paesi d’origine di tradizionale specializzazione per il nostro paese. Nello stesso periodo, la voce della bilancia dei pagamenti relativa ai viaggi – pur rimanendo l’unica posta storicamente in attivo – si è a sua volta ridotta di più di mezzo punto di Pil.

Solo dal 2011 le entrate turistiche internazionali sono tornate a crescere a ritmi sostenuti, di oltre il 30 per cento fino al 2017. Il divario con la domanda si è assottigliato, generando una perdita rispetto ai guadagni potenziali valutabile in circa 1,5 miliardi all’anno in media. Bankitalia stima che se nel periodo 1999-2017 la spesa dei turisti stranieri nel nostro Paese fosse cresciuta quanto la domanda potenziale, il Pil italiano sarebbe oggi piu’ elevato di 0,8 punti percentuali In generale, chi viene nel nostro Paese lo fa per periodi brevi (tre giorni e mezzo di media) e si concentra in determinate zone. Basti pensare che i primi 20 musei italiani raccolgono da soli oltre il 30% delle visite annuali delle 5mila strutture museali italiane.

Lo studio di Bankitalia sottolinea non a caso che la spesa turistica si distribuisce sul territorio a macchia di leopardo. Nel dettaglio,Nord Est e Centro intercettano gran parte dei flussi spinti dalla presenza di Roma, Firenze e Venezia, con un’incidenza della spesa degli stranieri salita nel 2017 rispettivamente al 27 e al 33 per cento. Il Nord Ovest di recente si è rafforzato, arrivando al 25 per cento della spesa grazie ai grandi eventi ospitati da Milano e Torino. Molto più indietro il Mezzogiorno. “Sebbene l’area rappresenti il 78 per cento delle coste italiane, ospiti i tre quarti del territorio appartenente a Parchi nazionali e accolga più della metà dei siti archeologici e quasi un quarto dei musei – evidenzia Bankitalia – nel 2017 la spesa degli stranieri nel Mezzogiorno era pari ad appena il 15 per cento del totale”. Al sottodimensionamento del Mezzogiorno si oppone poi il preoccupante fenomeno del sovraturismo, che in città come Venezia, Firenze e Roma, crea problemi seri relativi alla salvaguardia del patrimonio artistico.

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