Ama, i conti da sistemare dietro il caos sul piano

Nel giro di 24 ore il board della municipalizzata ha stoppato il piano firmato Antonella Giglio, ex amministratore unico. Prima c'è da ristrutturare il debito.

Forse alla fine è stata la classica pezza ma come quasi sempre peggiore dello strappo. E allora è tutto da rifare. Pochi giorni fa Ama ha tirato fuori dal cilindro il piano industriale, dopo settimane di sollecitazione da parte di cittadini, Regione e consiglieri dell’opposizione (qui l’approfondimento di Radiocolonna.it). Poco meno di 100 pagine per tentare di spiegare come, quando e soprattutto con quali soldi mettere a riparo Roma da nuove emergenze rifiuti.

Eppure, nemmeno 24 ore dopo la diffusione del piano, ultimo atto dell’ex numero uno Antonella Giglio, il neocostituito board dell’Ama, presieduto da Lorenzo Bagnacani, ha fatto un’improvvisa retromarcia, imponendo una generale revisione del piano, accompagnata da nuove riflessioni. Come a dire che così com’è la strategia del vecchio management non sta in piedi. Il piano è stato ufficialmente diffuso nel tardo pomeriggio del 15 maggio, mentre lo stop del board dell’Ama è arrivato la sera del 16.

Il consiglio “ha analizzato le prime priorità su cui intervenire per garantire servizi ambientali adeguati ai cittadini di Roma Capitale. Tra di esse la rivisitazione del Piano Industriale, mancante del supporto della Scuola Agraria del Parco di Monza, struttura valutata di eccellenza a livello della Ue”, ha spiegato la municipalizzata in una nota stringata. Dando un prima indicazione sul perchè del rinvio.

Il board ha infatti fatto sapere dei voler “concentrare il proprio impegno sulla difficile situazione economico finanziaria, sulla organizzazione delle divisioni Ama di Municipio per ottimizzare raccolta differenziata e pulizia in un rapporto più stretto con il territorio e i cittadini”. In pratica, è il messaggio del nuovo management, oltre a non poter fare a meno della collaborazione degli esperti, con ogni probabilità non è del tutto sostenibile da un punto di vista finanziario. Dunque, prima occorre procedere con riassestamento delle finanze aziendali e poi dare il via al piano.

In effetti, a leggere tra le pieghe del piano industriale, preoccupa l’indebitamento finanziario di Ama verso banche e fornitori, che ad oggi ammonta a 385 milioni di euro, 132 milioni in più rispetto al piano di rientro redatto sempre lo scorso anno, mirato al rimborso di 253 milioni. Da qui al 2021 Ama punta a rientrare del grosso dei debiti, più o meno 267 milioni, chiudendo il grosso delle linee di credito fin qui contratte con le banche.

Ma c’è da lavorare anche sui ricavi visto che a budget Ama aveva previsto per il 2016 un fatturato di 840 milioni, salvo poi chiudere l’esercizio a 809 milioni, il 30% in meno. Numeri che non consentono ad Ama di investire su nuovi impianti, necessari a dare una spallata all’emergenza crisi. A questo punto si torna al punto di partenza, con un piano industriale tuttora latitante. E allora la domanda è, quando arriverà una strategia di lungo termine veramente sostenibile?

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