Anche Super Mario fatica a riformare l’Italia

Le semplificazioni del governo Draghi, madri di tutte le riforme, lasciano ancora le medie e piccole aziende intrappolate nella foresta pietrificata della burocrazia

Il via libera della Commissione Europea al Recovery Plan segna una tappa importante nel percorso di modernizzazione dell’Italia, ma il premier Mario Draghi ha voluto sottolineare che si tratta di un primo passo e la sfida più impegnativa sarà realizzare l’agenda delle riforme. L’architettura istituzionale, il funzionamento della pubblica amministrazione, del fisco e della giustizia rappresentano il ventre molle del Paese, condizionati da procedure e meccanismi bizantini ormai incompatibili con la velocità del mondo.

Semplificare il funzionamento della macchina è la madre di tutte le riforme. Ne è consapevole il presidente del Consiglio, ma il decreto che ha inviato al Parlamento scalfisce solo in parte la foresta pietrificata della burocrazia, il moloch degli inutili e gravosi formalismi che sono un omaggio all’immobilismo.

Ridisegnare l’apparato pubblico rischia di trasformarsi nell’ennesima fatica di Sisifo, il personaggio della mitologia greca condannato all’infinita e inutile scalata del monte.

L’urgenza di spendere gli oltre 200 miliardi del Recovery Plan entro i tempi vincolanti imposti dall’Europa ha spinto Draghi a definire una strategia ben precisa: le semplificazioni riguarderanno in via prioritaria gli investimenti indicati nel piano italiano. Tutto il resto continuerà ad essere gestito con la normativa ordinaria.

La normativa ambientale è un caso emblematico. I procedimenti autorizzativi durano in media 2 anni con picchi che arrivano a 6 anni. Il decreto introduce una nuova procedura per il rilascio della Valutazione di impatto ambientale contenuta in 175 giorni. Peccato che si applicherà solo a investimenti strategici con valore economico superiore a 5 milioni di euro ed espressamente indicati nel PNRR. Nel decreto non c’è traccia dell’Autorizzazione Unica Ambientale, che avrebbe bisogno di una profonda revisione. A 8 anni dalla sua introduzione per semplificare le autorizzazioni degli interventi esclusi dalla VIA, prevalgono criticità e incertezze e soprattutto una vasta disomogeneità applicativa a livello regionale.

L’approccio non cambia per gli impianti di energia da fonti rinnovabili. L’attenzione del Governo è rivolta esclusivamente ai grandi parchi ritenendoli più efficaci per conseguire gli obiettivi di riduzione di emissioni ignorando il potenziale rappresentato dagli impianti di piccola taglia che non avranno alcun beneficio economico e burocratico. Al Governo deve essere sfuggito che le piccole e medie imprese sono responsabili per il 60% delle emissioni di gas serra e la strada della transizione energetica continua ad essere lastricata da frammentazione degli incentivi e complessità delle procedure.

Poi c’è il lungo capitolo delle semplificazioni apparenti. E’ il caso del Superbonus 110%. Tutti gli interventi per avere il beneficio si possono realizzare con la comunicazione di inizio lavori (CILA), al pari di una manutenzione straordinaria, che non necessita dell’attestazione del titolo abilitativo. Ma iniziare i lavori non esonera dalla presentazione della documentazione dell’immobile. Senza titolo abilitativo o difformità urbanistiche il Superbonus 110% decade. Il problema a monte è che l’accesso agli atti nei vari comuni richiede da 6 a 8 mesi e velocizzare le procedure amministrative sembra una missione impossibile.

Novità interessante è che per ripristinare un tratto di strada, un pezzo di rete idrica e in generale qualsiasi opera di pubblica utilità non servirà più la valutazione di impatto ambientale. Ma la semplificazione dovrà passare attraverso le forche caudine delle legislazioni regionali che hanno competenza su ambiente e territorio. In alcune realtà è richiesta la VIA anche per ripristinare un palo della rete elettrica.

L’interoperabilità delle banche dati delle pubbliche amministrazioni è uno dei punti qualificanti per lo sviluppo del digitale. Ma il provvedimento si limita ad un auspicio. Manca la definizione del perimetro operativo delle varie amministrazioni nella migrazione dei dati, non ci sono indicazioni su come mettere ordine alle troppe software house pubbliche con diverse modalità di funzionamento.

Nella ampia letteratura sugli uffici pubblici che non comunicano tra loro, merita una menzione l’assurda norma prevista dalla legge sulla concorrenza del 2017 che obbliga le imprese a dare massima evidenza ai soldi che ricevono dalla P.A, sia contributi e sia corrispettivi per beni e servizi. La pubblicità deve avvenire con nota specifica sul bilancio, attraverso il proprio sito o con inserzione a pagamento.

A parte la considerazione che l’obbligo giuridico di trasparenza è in capo alla P.A e non ai beneficiari, i contributi pubblici alle imprese sono già ampiamente pubblicizzati, dall’archivio appalti al registro delle imprese. La novità è che tutte le partite IVA dovranno pubblicizzare anche gli indennizzi ricevuti a causa della pandemia, persino chi ha scelto la compensazione, ignorando che gli aiuti di Stato (questi sono i ristori) sono già pubblicizzati.

Fortunatamente il Parlamento si è reso conto dell’assurdità. Il buon senso consiglia di cancellare la norma ma il legislatore ha dato fondo alla sua tradizionale creatività disponendo la sospensione delle salate sanzioni fino al prossimo 31 dicembre, ma l’obbligo di pubblicità rimane. Forse riformare l’Italia è fuori dalla portata anche di Super Mario.

 

 

 

 

 

 

 

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